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I nostri soci possono usufruire di vantaggi, convenzioni e promozioni e partecipare alla vita della Cooperativa con attività dedicate e coinvolgendosi nelle nostre iniziative.
3000
alberi piantati nel bosco di Montopoli in Val D'Arno
450
Camminate realizzate dalle sezioni soci Coop (dal 2019 al 2024)
190
milioni di euro di sconti riservati ai soci, compresi i punti spesa (dati Bilancio al 31.12.2023)
100
musei e teatri convenzionati
386
tonnellate di prodotti donati nel 2024
700
Fornitori locali
L’appuntamento dedicato ai libri, per chi li fa, li legge e li ama.
Dal 27 febbraio al 1° marzo, la Stazione Leopolda di Firenze ospita la quinta edizione di TESTO [Come si diventa un libro], evento dedicato all’editoria contemporanea e ai suoi protagonisti, organizzato da Pitti Immagine in collaborazione con Stazione Leopolda e ideato da Todo Modo.
Protagoniste 165 case editrici, con una selezione di titoli e novità da scoprire e acquistare, oltre 180 autrici e autori da tutto il mondo e quasi 200 appuntamenti in programma, tra anteprime, presentazioni, seminari, laboratori, panel, produzioni originali e collaborazioni. TESTO sarà ancora una volta l’occasione per osservare da vicino il grande e affascinante laboratorio dell’editoria, attraverso sette stazioni – Il manoscritto, Il risvolto, La traduzione, Il segno, Il racconto, La libreria, Il lettore – che raccontano dal di dentro come si diventa un libro. Tema della quinta edizione è ESTRO, sinonimo di creatività, di vivacità intellettuale, di irrequietezza interiore, dal greco oîstros, “tafano”, e proprio un tafano è il tema grafico di TESTO 2026.
Una produzione del Teatro Metastasio di Prato e del Teatro di Napoli – Teatro Nazionale in collaborazione con CIDIPI SRL con il sostegno della residenza artistica C.Re.A.Re Campania/Teatri Associati di Napoli
Due giovani si incontrano su un’app di dating.
Quattro weekend tra sesso, dialoghi serrati e confessioni.
Changing the Sheets è una commedia brillante, ironica e provocatoria che racconta la precarietà affettiva di una generazione iperconnessa, ansiosa e incapace di stare davvero in relazione.
Tra battute taglienti, momenti comici e passaggi più intimi, lo spettacolo mette in scena il bisogno di essere riconosciuti, la paura del coinvolgimento e il desiderio di sentirsi eccezionali.
Un gioco continuo tra attrazione e fuga, tra intimità e imbarazzo.
Il castello del principe Barbablù, opera in un atto su libretto di Béla Balàzs fu composta da Bartók nel 1911 ma rappresentata solo sette anni dopo, il 24 maggio 1918 al Teatro dell’Opera di Budapest.
Il libretto proposto da Balàzs recupera la figura della tradizione favolistica dello spietato Barbablù per calarla in una cornice simbolista sulla scia del Pelléas et Melisande di Debussy-Maeterlinck. L’opera, articolata in nove scene, prevede solo due protagonisti: Barbablù e la moglie Judith che si esprimono con un canto, prevalentemente recitativo, basato su scale pentatoniche di tradizione popolare ungherese.
Nel 1930 Jean Cocteau aveva portato sulle scene della Comédie-Française La voix humaine, dramma della solitudine e disperazione di una giovane donna abbandonata dal suo amante.
La proposta di realizzare un’opera su quel soggetto giunse a Francis Poulenc da Hervé Dugardin, allora direttore della filiale parigina di Casa Ricordi. Il compositore, che già aveva messo in musica testi Jean Cocteau, accettò volentieri la sfida di adattare un testo squisitamente teatrale alle esigenze della musica e la sua versione de La voix humaine debuttò al Théâtre national de l'Opéra-Comique il 6 febbraio del 1959.
Il nuovo, potente spettacolo firmato da Emma Dante, Leone d'oro alla Carriera Biennale Teatro 2026.
Dentro una famiglia, un giorno, l’abituale violenza del marito sulla moglie si trasforma in un femminicidio.
L’uomo la uccide spaccandole la testa con un ferro da stiro.
La donna giace a terra, morta, ma la sua morte non è sufficiente: nessuno le crede.
Così che la donna, come l’angelo del focolare nella cui grottesca immagine si ritrova incastrata, sarà costretta ad alzarsi e a rientrare nella stessa routine, pulendo la casa, occupandosi del lavoro domestico, preparando da mangiare al figlio e al marito, accudendo l’anziana suocera.
Ogni mattina, i familiari la trovano morta e non le credono. Ogni mattina lei si rialza, apre la moka, chiusa troppo stretta, e ricomincia a subire la violenza del marito, la depressione del figlio, l’impotenza della suocera che anziché condannare il figlio brutale e dispotico, lo compatisce.
Ogni sera la moglie muore di nuovo, come in un girone dell’inferno in cui la pena non si estingue mai. Nella penombra di una casa addormentata, l’angelo scuote i lembi della vestaglia e prova a volare ma le è concesso soltanto l’intenzione del volo.
Davide Enia racconta Cosa Nostra per costruire una narrazione biografica che diventa un autoritratto intimo e collettivo. Partendo dalla cronaca degli anni '80 e dalle bombe del 1992, si confronta con il tema della mafia non per capirla in senso assoluto, ma per "cercare di comprendere la mafia in me".
Utilizzando gli strumenti che il vocabolario teatrale ha costruito a Palermo – come il cunto, le parole, il corpo e il dialetto – Enia esplora la nevrosi dei suoi concittadini nei confronti della criminalità organizzata. Spiega che, per diverse ragioni, la mafia è stata spesso minimizzata, sottostimata, banalizzata, rimossa o, al contrario, mitizzata, ma "non è mai stata affrontata per quello che è”.
In scena racconta i continui incontri con Cosa Nostra: i cadaveri trovati per strada, le persone uccise dalla mafia, le bombe in città, l'apparizione del male, definito come "il sacro nella sua declinazione di tenebra". A questa violenza, Enia risponde con un lavoro che è al tempo stesso una tragedia, un'interrogazione linguistica e un esame di coscienza personale e condiviso.
Un programma che mescola atmosfere intense, eleganza classica e l’energia inconfondibile di Beethoven. Sul podio c’è Emmanuel Tjeknavorian, direttore austriaco classe 1995: nato come violinista, oggi è anche Direttore Musicale dell’Orchestra Sinfonica di Milano. Il suo stile? Gesto deciso, idee chiare e una grande capacità di raccontare la musica.
Il concerto si apre con La morte di Mélisande di Jean Sibelius, una pagina breve ma potentissima, tratta dalla suite ispirata al dramma simbolista di Maeterlinck. È una musica sospesa, delicata e malinconica, che in pochi minuti crea un’atmosfera intensa e carica di emozione.
Si prosegue con il Concerto n. 2 per violoncello di Franz Joseph Haydn, scritto alla fine del Settecento: un brano elegante e brillante, dove tecnica e leggerezza dialogano in modo naturale. A interpretarlo è Jeremias Fliedl, giovane violoncellista austriaco, apprezzato per il suono curato, il fraseggio espressivo e una musicalità autentica.
A chiudere, la Sinfonia n. 4 di Beethoven, composta nel 1806 tra la Terza e la Quinta. Meno drammatica rispetto ad altre sue sinfonie, ma piena di energia, equilibrio e intelligenza compositiva: una musica luminosa, compatta e sorprendentemente trascinante. .
Lino Musella è qui protagonista di un affascinante percorso poetico attraverso gli immortali versi di Shakespeare, qui ‘traditi’ in napoletano dall’artista Dario Jacobelli. Un’originale ‘recita dei sentimenti’, tra emozioni, atmosfere magnetiche e intensi desideri.
Una prova shakespeariana per Musella, affiancato sulla scena da Marco Vidino - ai cordofoni e alle percussioni - con le sue musiche suggestive e avvolgenti che accompagnano gli spettatori in questo intimo viaggio.
“Dario Jacobelli, poeta napoletano scomparso prematuramente nel 2013 - ricorda Musella - si dedicò negli ultimi anni della sua vita alla traduzione in napoletano e al tradimento, come amava definirlo, di 30 Sonetti di Shakespeare. I Sonetti in napoletano suonano bene. Battono di un proprio cuore. Indossano una maschera che li costringe a sollevarsi dal foglio per prendere il volo, tenendo i piedi per terra”.
Un percorso unico che conduce il visitatore nel cuore della Parigi di fine Ottocento, capitale dell’eleganza e della modernità, raccontata attraverso capolavori provenienti da prestigiosi musei internazionali – tra cui il Musée d’Orsay, il Louvre, il Philadelphia Museum of Art, le Gallerie degli Uffizi, il Museo e Real Bosco di Capodimonte, Palazzo Te – oltre a importanti collezioni private presentate per la prima volta al pubblico.
La mostra celebra il fascino della Belle Époque, un periodo in cui arte, letteratura, musica e costume hanno reso Parigi il centro culturale del mondo.
Protagonisti assoluti sono gli artisti italiani che scelsero la capitale francese come patria d’adozione, tra cui Giovanni Boldini, Giuseppe De Nittis e Vittorio Corcos, capaci di raccontare con uno sguardo personale e raffinato lo spirito del loro tempo, fino a divenire figure di spicco della scena artistica europea.
Il percorso si sviluppa attraverso diverse sezioni tematiche che ripercorrono i momenti salienti di quegli anni, dagli sconvolgimenti politici del 1870 alla nascita della Parigi moderna, restituendo la ricchezza e la varietà di un’epoca irripetibile.
In mostra i ritratti sofisticati di Boldini, Blanche e Sargent, le vedute urbane di De Nittis, le atmosfere impressioniste di Zandomeneghi e l’eleganza cosmopolita di Mariano Fortuny e della Maison Goupil.
Opere che testimoniano la vitalità di una stagione in cui creatività e mondanità, progresso scientifico e nuovi stili di vita contribuirono a plasmare l’immagine della Parigi della Belle Époque, ancora oggi icona di fascino e modernità.
In esclusiva per la Toscana arriva al Teatro Manzoni, la creazione di Kader Attou, uno dei maggiori esponenti della danza hip-hop. Il suo approccio artistico, umanista e aperto al mondo, fonde le influenze e abbatte le barriere tra i generi.
Questo lavoro “a tutto tondo e senza limiti “ è stato presentato per la prima volta nell’ambito del Festival de Marseille 2022 e concepito al fine di raggiungere tutti i generi di pubblico e portare la danza hip-hop in luoghi non comuni ed ai confini della pura scrittura coreografica così da creare nuovi legami tra il territorio e gli artisti. Prélude_Preludio è la storia dell’incontro tra la musica di Romain Dubois e la fisicità dei danzatori. La musica, un crescendo ritmico e melodico, ci trattiene in un’intensità che diventa tensione.
Il virtuosismo dei danzatori batte all’unisono con la musica e l’attenzione del pubblico. La tensione cresce ed i corpi dei danzatori sono un tutt’uno . Gli spettatori sono coinvolti nell’energia brutale che li conduce a sperimentare forti emozioni. In apnea, partecipano al viaggio lasciandosi andare fino alla liberazione finale.
Per i Soci
La prima grande mostra monografica dedicata, in epoca moderna, a Emilio Malerba (Milano, 1878-1926), figura decisiva ma ancora non abbastanza conosciuta del panorama artistico italiano della prima metà del XX secolo.
In programma a Lucca, dal 28 febbraio al 7 giugno 2026, nelle sale espositive della Fondazione Ragghianti, l’esposizione, dal titolo “Emilio Malerba (1878-1926).
Dagli esordi al Novecento Italiano”, curata da Paolo Bolpagni ed Elena Pontiggia e realizzata in collaborazione con l’Archivio Malerba di Monza, con il determinante supporto della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, proporrà – attraverso un ampio corpus di opere, manifesti originali e documenti – una riflessione organica sulla vicenda dell’artista nel centenario della morte, e a quasi un secolo dall’ultima retrospettiva a lui dedicata, risalente al 1931.
Per i Soci
L’esposizione offrirà al pubblico un’occasione preziosa per riscoprire la potenza espressiva e il mondo interiore di un artista che ha saputo parlare con voce unica e universale. Il percorso espositivo racconterà la parabola umana e creativa di Ligabue, mettendone in luce la straordinaria vicinanza ai grandi protagonisti dell’Espressionismo europeo.
Prodotta da ARTIKA di Daniel Buso ed Elena Zannoni, con il patrocinio del Comune di Pisa e della Fondazione Augusto Agosta Tota per Antonio Ligabue e curata da Mario Alessandro Fiori, segretario generale della Fondazione, unitamente alla Direzione Artistica di Beside Arts, la mostra racconterà con oltre 80 opere la vita, la psiche e la storia tormentata di questo affascinante artista.
Per Antonio Ligabue, l’arte ha rappresentato da sempre un’esigenza profonda e istintiva, un modo per affrontare le difficoltà e i tormenti della vita. Questa urgenza espressiva si riflette nella potenza visiva delle sue opere, capaci ancora oggi di emozionare e toccare l’animo dello spettatore. La mostra celebrerà il percorso di questo genio visionario in continua evoluzione, mettendo in luce la sua incessante ricerca artistica, caratterizzata da un uso audace del colore – violento ma armonico – e da una forza emotiva intensa. Il suo linguaggio iconografico, al tempo stesso popolare e sofisticato, prende forma in dipinti di grande impatto.
Per i Soci
Una ricca programmazione di visite guidate all’esposizione dedicata all’arte ceroplastica.
La prima esposizione dedicata alla ceroplastica in Galleria: in nuovi spazi espositivi oltre novanta opere, tra cui dipinti, sculture, cammei, pietre dure, con capolavori che tornano a Firenze dopo secoli.
Visite soci Unicoop Firenze: per i soci Unicoop Firenze c’è, grazie ad un accordo con il museo, la possibilità di partecipare a visite guidate speciali: si terranno 21 febbraio, 28 febbraio, 7 marzo, 14 marzo, 21 marzo, 28 marzo, 11 aprile.
L'opera di Wajdi Mouawad, portata in scena dal Mulino di Amleto, è un'esperienza teatrale profonda e toccante. Invita alla riflessione sulla crudeltà e sull'amore dell'essere umano, e sulla possibilità di un messaggio di pace, anche di fronte a conflitti che paiono insanabili.
La storia d'amore tra Eitan, giovane di origine israeliana, e Wahida, di origine araba, fa riemergere scontri sopiti, intrecciando la grande Storia con le vicende personali dei protagonisti. Il loro amore sembra più forte delle ideologie, dell’odio che separa le loro famiglie, dell’eredità storica che si portano dietro. Finché un giorno, attraversando l’Allenby Bridge, che unisce e allo stesso tempo divide Israele e Giordania, Eitan rimane coinvolto in un attentato.
Il testo di Mouawad offre agli spettatori il privilegio di sperimentare la forza del teatro, capace di dilatare il tempo, mentre ci perdiamo in un rito potente ed emozionante che parla non solo di noi, ma dei grandi movimenti della Storia.