Uno sguardo spietato, divertito, ma molto (molto) sbigottito, sul contemporaneo mondo del lavoro. Con un linguaggio postdrammatico, comico e amaro, Riccardo Goretti, Gioia Salvatori, Simona Senzacqua, con la collaborazione artistica di Andrea Macaluso, raccontano la storia di tre persone che fanno cento, e di cento lavori che fanno mille, e di mille stipendi che fanno zero.
Lo sanno pure i sassi, secondo Sigmund Freud, padre della psicanalisi, il lavoro che fai è la seconda cosa più importante della vita.
Si sbagliava.
È la prima.
È talmente la prima che spesso, nel linguaggio comune, il lavoro sostituisce l’identità: “Mi chiamo Giovanni, sono un ingegnere”.
“Dimmi cosa fai e ti dirò chi sei”
Siamo stati educati a pensare la nostra identità a partire da quello che facciamo e che sappiamo fare, non importa se ci rende felici, è la prima condizione per trovare posto nel mondo, definirci, garantirci autonomia.
Ma che succede se mentre cerchiamo di costruire le nostre identità sulle competenze, viene meno il rapporto di fiducia con chi questo lavoro ce lo chiede? Cosa accade se queste competenze faticosamente guadagnate vengono sostituite dalle macchine, dal mercato, da una semplificazione produttiva che paradossalmente ha sempre meno bisogno di noi?
Se quello che guadagniamo è meno di quello che spendiamo? Se il lavoro ci sfinisce e insieme ci affama?