A Pisa l’idea di realizzare etichette alimentari per ipovedenti e non vedenti

Scritto da Andrea Marchetti |    Gennaio 2016    |    Pag. 41

Dopo gli studi giuridici, si è occupato di ambiente ed energie rinnovabili: scrive per www.greenme.it, www.greenews.info e per alcune riviste del Gruppo Tecniche Nuove S.p.A. Collabora, inoltre, con la redazione di Pontedera (Pisa) de La Nazione e, dal 2010, con l'Informatore. Ha frequentato il Master in "Scrittura e Storytelling" della Scuola Holden di Alessandro Baricco e oltre a scrivere per i giornali si cimenta come sceneggiatore per cinema e fumetti.      

Margherita Brunori, Andrea Saba e Silvia Rolandi, ricercatori del progetto

Il progetto

Immaginate di essere costretti a cucinare al buio o nella penombra: come distinguereste, nella credenza, un barattolo di ceci da uno di fagioli, le cui confezioni sono spesso simili per forma e dimensioni se non, addirittura, uguali l’una all’altra anche al tatto? E, non potendo leggere l’etichetta, come capireste se i prodotti da cucinare sono già scaduti o prossimi alla scadenza? Le persone non vedenti e ipovedenti che non hanno assistenza si trovano tutti i giorni, nelle loro case, in queste situazioni di difficoltà.

Un progetto della Scuola superiore di studi e perfezionamento Sant’Anna di Pisa, nato dall’unione di giuristi e ingegneri, si propone di realizzare etichette alimentari accessibili a non vedenti e ipovedenti così da garantire un miglioramento delle loro condizioni di vita nonché il loro diritto all’informazione e, di conseguenza, una scelta consapevole nel momento dell’acquisto, così come previsto dai regolamenti europei sulle etichettature alimentari. Il progetto della Sant’Anna è nato a febbraio 2015, studiando le norme che regolano l’etichettatura dei prodotti.

«La normativa di settore è molto vasta e frastagliata - spiega Mariagrazia Alabrese, 38 anni, ricercatrice in Diritto agrario, alimentare e dell’ambiente all’istituto Dirpolis (Diritto, politica, sviluppo) della Scuola Sant’Anna, e coordinatrice del progetto -; all’epoca stavamo lavorando sulle nuove regole riguardanti gli allergeni: le lettere che ne indicano la presenza devono essere più grandi e in grassetto rispetto alle altre, così da renderne più facile l’individuazione. Allo stesso modo i colori devono avere il giusto contrasto e non essere riflettenti, anche se molte etichette rimangono di difficile lettura. Bisogna, insomma, aguzzare la vista. Ma, ci siamo detti, se avere tutte le informazioni, a volte, è difficile per noi, a maggior ragione deve esserlo per chi ci vede meno. Da qui è nata l’idea e la volontà di rendere le etichette accessibili anche agli ipovedenti e ai non vedenti. L’idea, del resto, va nella stessa direzione del regolamento europeo sull’etichettatura, che intende favorire al massimo una scelta autonoma e consapevole nell’acquisto dei prodotti. Abbiamo quindi coinvolto gli ingegneri dell’Istituto Tecip della Scuola Sant’Anna per creare delle etichette intelligenti, o meglio, “parlanti”, in grado di comunicare le loro informazioni anche a chi non ci vede. La Scuola ha riconosciuto il valore sociale del nostro progetto, portato avanti grazie al contributo di 3 ricercatori under 30, Margherita Brunori, Andrea Saba e Silvia Rolandi, e con la collaborazione di Elena Vivaldi, ricercatrice in Diritto costituzionale ed esperta in diritti delle persone disabili. Ci ha quindi concesso un finanziamento per lo sviluppo di 15.000 euro. I soldi provengono dalle donazioni per la ricerca che la Sant’Anna ha ricevuto dal cinque per mille della dichiarazione dei redditi dei cittadini».

«Abbiamo quindi iniziato un percorso con l’Unione italiana ciechi - continua Mariagrazia - creando dei questionari e un focus group. Abbiamo escluso quasi subito l’alfabeto braille, non adatto perché conosciuto solo da chi è cieco dalla nascita e i cui caratteri sono troppo grandi perché tutte le informazioni essenziali siano contenute nell’angusto spazio di un’etichetta. È necessario incidere il meno possibile sulle confezioni dei prodotti, affinché ci sia un equilibrio tra sostenibilità ambientale, riducendo carta e imballaggi, e sostenibilità economica: cambiare radicalmente le confezioni significherebbe creare maggiori costi per gli operatori del settore alimentare e una linea dedicata solo a non vedenti e ipovedenti potrebbe quindi non essere economicamente sostenibile perché si tratterebbe di un mercato di nicchia. La soluzione sta quindi - prosegue Mariagrazia - in un mix tra sistema tattile e tecnologia, che traduce le informazioni visive in informazioni uditive, dando voce, per così dire, alle etichette: grazie a uno smartphone, i non vedenti, o gli ipovedenti, riceveranno a voce le informazioni contenute nell’etichetta e potranno addirittura “interrogare” il cellulare per sapere se il prodotto contiene, ad esempio, glutine o allergeni o per sapere quale è la data di scadenza».

La fase preliminare del progetto si è ormai conclusa, ma «la fase dello sviluppo con gli ingegneri - termina Mariagrazia - è molto costosa, per cui siamo alla ricerca di finanziamenti per andare avanti nello sviluppo dei supporti tecnologici che potranno rendere più semplice la vita a persone con difficoltà visiva».


L’intervistato: Mariagrazia Alabrese, 38 anni, ricercatrice in Diritto agrario, alimentare e dell’ambiente all’istituto Dirpolis (Diritto, politica, sviluppo) della Scuola Sant’Anna, e coordinatrice del progetto