Scritto da Matilde Jonas |    Marzo 2003    |    Pag.

Giornalista Fiorentina, laureata in pedagogia con indirizzo psicologico, vive a Vejano (Viterbo), in piena Tuscia. Collaboratrice di numerose riviste letterarie, di quotidiani e mensili, a cui alterna l'attività di ufficio stampa per manifestazioni artistiche, ha anche pubblicato libri di poesie e narrativa (La lunga notte dei nove sentieri, Ed. Quaderni di Hellas; Tra silenzio e parole, Nardini Editore; Venerdì, MCS). Per la collana 900 di Mondadori/De Agostini ha curato le prefazioni di autori del Novecento. Direttore responsabile fino al giugno 1995 del mensile della Newton Periodici Firenze ieri, oggi, domani, ha progettato e realizzato il mensile Firenze Toscana, per il gruppo editoriale Olimpia, di cui ha assunto anche la direzione.

Viterbo città di conclavi
Borghi che paiono usciti da un libro di fiabe, prosecuzione naturale di speroni di tufo stagliati su un cielo luminoso anche se piove, a dominare un fitto susseguirsi di valli e di forre, dove la vegetazione è a tratti impenetrabile. Foreste secolari di querce e di castano appena intaccate dalla calvizie dei coltivi, che, scavalcati i monti Ceriti e della Tolfa, lasciano terreno ai pinastri della costa e a maestosi eucaliptus. Questa è la Tuscia - così si chiama la provincia di Viterbo dai tempi di Diocleziano - terra plasmata da antichi vulcani oggi diventati laghi tranquilli. A ogni passo la sorpresa di necropoli etrusche scavate nel nudo fulvo del tufo, di rovine romane, di castelli medioevali, palazzi rinascimentali e antichissime chiese.
La si raggiunge velocemente con l'A1 - uscita Attigliano - anche se la vecchia, lentissima Cassia, che costeggia il lago di Bolsena - il più grande lago d'Europa di origine vulcanica - offre ben altre suggestioni, attraversando un territorio che conta ben 12 aree protette e parchi come la magica faggeta del lago di Vico.

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Dagli Etruschi a Zeffirelli

La Tuscia di oggi corrisponde a quasi tutta l'Etruria Meridionale, ai tempi suddivisa in sei stati, i più potenti della federazione; le loro capitali (Cerveteri, Tarquinia, Veio, Vulci, Bolsena, Civita Castellana) con le loro vastissime necropoli, i loro musei, i porti e i numerosi centri satellite, costituiscono la più ricca documentazione della civiltà etrusca. Raramente la storia ha lasciato orme così evidenti dei propri passi come in questi luoghi, che paiono cristallizzati nel tempo a costituire veri e propri labirinti della memoria. Se è indubbia la forte suggestione esercitata dall'impatto con le vestigia etrusche e romane (dalle necropoli rupestri di Norchia, Blera Castel d'Asso, Berbarano Romano, ai teatri di Ferento e di Sutri), non da meno sono le emozioni suscitate dalle chiese paleocristiane di Tuscania: Santa Maria Maggiore e quella San Pietro dove Zeffirelli ha girato il suo Giulietta e Romeo. E se borghi medioevali come Civita di Bagno Regio raccontano ancora di madonne e cavalieri, palazzi quali Villa Farnese di Caprarola, o Villa Lante di Bagnaia, rievocano i fasti delle corti rinascimentali.

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La fortuna nelle terme

Città di chiese, piazze e fontane (la più antica è la Fontana Grande dell'omonima piazza), Viterbo è collegata all'A1 dalla superstrada per Civitavecchia. Se etrusca è la mano che ha posato le prime pietre di Surrina, Vicus Elbii - come la ribattezzarono i Romani nel IV sec. a.C. quando se ne impossessarono - cominciò a distinguersi dagli altri centri minori in età augustea. C'è da scommettere che a determinarne la fortuna - considerata la mania dei Romani per le terme - sia stata la presenza a ridosso della città di un'ampia area ricca d'acque sulfuree, la cui sorgente - quel Bulicame di dantesca memoria, epicentro delle Terme dei Papi, ancora oggi in funzione - era ritenuta una via d'accesso agli Inferi. La consolare via Cassia - aperto un varco in quell'impenetrabile selva Cimina, che per secoli aveva salvaguardato gli etruschi dalle mire espansionistiche romane - ne faceva inoltre una tappa obbligata per tutti coloro che dal Nord si dirigevano a Roma. Barbari compresi. Centro fortificato dei Longobardi, dopo il periodo di decadenza seguito alla caduta dell'impero romano, Viterbo risorse allorché - fatta fuori nel 1172 la concorrente città di Ferento, il cui superstite teatro augusteo ospita la stagione teatrale estiva viterbese - divenne sede vescovile grazie a Celestino III.

Prelati sotto chiave
I cinque chilometri di mura merlate, che ancora proteggono il centro storico tenendo fuori dalle sue sette porte l'edilizia moderna e l'area industriale, risalgono appunto al XII secolo. All'interno la città ha conservato pressoché inalterata - specie nei quartieri di S. Pellegrino e di Pianoscarano - la fisionomia medioevale: case e torri di tufo e peperino spesso collegate da corridoi pensili, alle quali si accede salendo più o meno ripidi profferli. Anche gli edifici più prestigiosi (Palazzo del Podestà, dei Priori, Poscia, Mazzatosta, Chigi, Gatti, Farnese, Alessandri), risalgono al periodo compreso tra il XIII e il XV secolo, tempo in cui Viterbo, sede apostolica, contava più abitanti della stessa Roma. Trecentesca è la Rocca del cardinale Albornoz, oggi sede del Museo Archeologico Nazionale (tel. 0761325929), dove si conserva quel mosaico di Musarna con la più antica iscrizione etrusca conosciuta. Al Duecento risale il superbo Palazzo dei Papi - abituale dimora dei pontefici accanto alla coeva Cattedrale - teatro dei più tormentati conclavi della storia della Chiesa. Il più lungo, che nel 1271 elesse papa Gregorio X, si concluse dopo 33 mesi solo grazie all'intervento risolutivo del costruttore del palazzo, Raniero Gatti: tolto il tetto alla sala di riunione, egli vi chiuse i porporati sotto chiave ("cum clave", da qui l'origine della parola), tagliando loro pesantemente i viveri. Partiti i papi, Viterbo - oggi uno dei primi poli industriali della regione - è caduta in un sonno secolare.

Dietro al gregge
In Tuscia la gente non va mai di corsa: il tempo è ancora quello antico, legato al lavoro agricolo. Non è inconsueto che in strada le auto debbano procedere a passo d'uomo dietro a greggi portate al pascolo - siamo nella patria dell'abbacchio, ricotta e pecorino - o alle spalle di un somaro. L'orario invernale dei negozi ha poi dell'incredibile: 9.30-13/17-19; da tener presente per poter portare a casa i prodotti tipici: ceramiche, ferro battuto, oggetti in legno e in pietra. Ma chi entra in un negozio - magari attratto dal famoso panino con la porchetta, qui davvero superba - metta in conto almeno venti minuti di chiacchiere. Eterni anche in trattoria, in compenso si mangia bene, molto e con poco. Insomma, chi visita la Tuscia non deve avere fretta: se è nevrastenico, meglio che vada altrove.

A Bomarzo
Mostri nel parco
Emblema di una terra dove manufatto e natura si sposano felicemente, il parco di Bomarzo è un itinerario esoterico attraverso un fitto bosco, popolato da giganteschi abitanti di pietra confluiti qui dalla mitologia. Lo realizzò nel 1552 Pirro Ligorio, ma a concepirlo fu il principe Pier Francesco Orsini - detto Vicino - all'indomani della morte della moglie Giulia Farnese. A lungo dimenticato, il Bosco Sacro fu riportato all'antico splendore e aperto al pubblico da Giovanni Bettini, che lo acquistò nel 1954.
Info: tel. 0761924029

La festa
Di corsa con la torre
E' una torre luminosa, alta 30 metri e pesante 5 tonnellate, portata in processione da 100 "facchini" biancovestiti il 3 settembre per le strade abbuiate di Viterbo, che si snodano dalla chiesa di San Sisto - edificata nel IX secolo su un tempio pagano - al Santuario di Santa Rosa, salendone di corsa la scala di accesso. La celebrazione della terziaria francescana - morta diciottenne nel 1251 per salvare la città da Federico II - è la festa più importante della Tuscia.

Info: Apt, Piazza dell'Oratorio 1, tel. 076129100, www.apt.viterbo.it