A Firenze ai tempi d’oro de’ Medici. La nascita della banca moderna

Scritto da Bruno Santini |    Gennaio 2014    |    Pag. 10

Attore e giornalista. Attore teatrale (con esperienze al fianco di S. Randone, E. M. Salerno, A. Asti...), cinematografico (in film di Pieraccioni, Monicelli, Panariello, Vanzina...) e televisivo (in fiction come 'La squadra', 'Carabinieri 2", "Vivere", "Questa casa non è un albergo"...). Giornalista dal 1990, è anche speaker ed autore radiofonico. E' il conduttore del programma televisivo "InformaCoop".

Nuovo appuntamento il 12 gennaio con “Incontri con la città. Leggere il presente per comprendere il futuro”. L’iniziativa promossa dall’Ateneo fiorentino, è In programma alle ore 10.30 nell’aula magna del rettorato di piazza San Marco. Il tema trattato è “Quando Wall Street era in via Larga. Firenze ai tempi d’oro”, relatore Giampiero Nigro, professore ordinario di storia economica.

È possibile ipotizzare un parallelismo tra l’odierno simbolo della potenza bancaria e finanziaria degli Stati Uniti e la via del centro storico fiorentino?

«Il parallelismo è del tutto immaginario, evocativo - risponde il professor Nigro -; possiamo immaginare che via Larga, tra la fine del Trecento e buona parte del Cinquecento possa avere assunto lo stesso significato che Wall Street ha rappresentato tra l’Ottocento e il Novecento.

Ciò non era dovuto solo al fatto che vi nacque la sede centrale del banco dei Medici, ma anche perché nelle sue vicinanze e nel centro cittadino vi era un gran numero di grandi e piccole aziende bancarie. Molte di esse agivano anche sui mercati finanziari internazionali speculando sui cambi e muovendo grosse somme di capitali da un paese all’altro. Compagnie bancarie che, come certi operatori di Wall Street, intervenivano anche sul debito pubblico dei sovrani».

Quali furono le novità sostanziali operate dal primo organismo bancario dei Medici, fondato da Giovanni di Bicci nel 1397?

«Giovanni de’ Medici non apportò grandi novità ma accolse quelle che l’humus cittadino offriva. Quindi quella dei Medici fu, a un tempo, banca tradizionale e moderna.

Le elevate conoscenze tecniche e culturali che investivano il mondo economico fiorentino e toscano, provocarono la nascita della cosiddetta banca moderna. Le vecchie compagnie mercantili/bancarie che agivano sul piano internazionale, pur rimanendo legate alla tradizione del prestito ai sovrani (come facevano i Bardi e i Peruzzi che fallirono nella prima metà del ‘300 quando Edoardo II d’Inghilterra interruppe la restituzione dei consistenti prestiti ottenuti per finanziare la guerra dei Cento anni) cominciarono a fare banca, offrendo finanziamenti alle imprese: introdussero il credito di esercizio e l’assegno di conto corrente che ebbe grande diffusione, pur circolando solo in Toscana».

«Anche i tavolieri e i cambiatori locali - puntualizza Nigro - si trasformarono, riducendo le attività del piccolo prestito di sussistenza e privilegiando clienti con cui avere rapporti continuativi. Gli artigiani e i commercianti della città e della vicina campagna, quindi, ne trassero maggiori benefici».

Qual era il rapporto diretto, quotidiano, che avevano i semplici cittadini fiorentini con le banche?

«Il panorama delle attività di prestito era molto complesso - spiega Nigro -, soprattutto per quanto riguarda la domanda di piccoli prestiti di sussistenza. La gente comune a quei tempi ricorreva molto spesso a prestatori di ogni genere. Vi erano prestatori su pegno, piccoli banchieri e cambiatori che offrivano moneta su garanzie reali o sulla fiducia oppure grazie a un contratto privato o notarile.

Negli anni di maggiore prosperità vi era poi un gran numero di prestatori occasionali, artigiani, commercianti e altri esponenti del ceto medio che concedevano denaro prevalentemente sulla fiducia e a basso tasso di interesse. Anche le grandi aziende davano prestiti ai propri dipendenti e collaboratori in nome della solidarietà ma anche per fidelizzare i loro beneficiati».

Che ricaduta aveva sull’intera città, sulla popolazione, la presenza di una così ricca potenza economica?

«È giusto collegare le attività bancarie a quelle commerciali, ma dobbiamo aggiungervi anche quelle produttive che, grazie alle prime due, si stavano arricchendo qualitativamente per soddisfare la domanda interna e quella europea, sensibile alla moda e al gusto fiorentino.

Pur nelle molteplici diversità, il principale effetto di tutto ciò fu una benefica mobilità sociale e una minore concentrazione della ricchezza in poche mani».

Il cittadino che nel 2014 entra in banca per un piccolo prestito ha più possibilità di ottenerlo ora o nella Firenze del Quattrocento?

«Non saprei dirlo. Certo, allora, le botteghe e gli artigiani meno disagiati trovavano più facilmente il modo di ripianare le loro temporanee carenze di liquidità. Il problema era molto più grave per i più deboli che non potevano offrire mallevadori o garanzie morali basate sulla fiducia ed erano quindi costretti a ricorrere al prestatore su pegno. Dando miserevoli oggetti, come un mantello sdrucito o un paio si scarpe, ricevevano in cambio, somme assai piccole.

Quando alla fine del ‘400 Firenze cominciò a registrare un minore dinamismo dell’economia, si ridusse l’attività dei prestatori occasionali e aumentarono le proteste contro i prestatori su pegno. Fu anche per questo motivo che nacquero i Monti di pietà. Sì, proprio quelli che ancor oggi conosciamo».

L’incontro di domenica 12 (introdotto e coordinato da Gianni Pietraperzia, ricercatore di chimica) è aperto non soltanto a studenti, docenti e mondo delle istituzioni, ma anche a tutti i cittadini.

Info: www.unifi.it


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