Dal lampadario misterioso alla beffa della Musa Polimnia: storie da una delle più belle città etrusche di Toscana

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Ottobre 2006    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Veri e falsi storici 1
Se non fosse per il fatto che la città di Cortona è costituita da muri, strade, case, chiese e negozi - come del resto tutte le città di questo mondo (con la non trascurabile differenza che Cortona è varia, armoniosa, antica e ben conservata come poche altre) - si potrebbe anche sostenere che si tratti di un luogo irreale, nato dalla fantasia di storici e annalisti e tramandato nel tempo.
Prendiamo, per esempio, la sua nascita. A dare ascolto a tutte le leggende che si sono create intorno a quell'evento, si potrebbe ipotizzare che Cortona sia la città più vetusta e più nobile della Terra. Secondo alcuni - Virgilio, nell'Eneide - sarebbe stata fondata da Corithus (da cui forse l'etimologia del suo nome), il padre di Dardano che in seguito avrebbe fondato Troia. Secondo altri - Erodoto e Dionigi di Alicarnasso - avrebbe un'origine umbra e in seguito sarebbe stata conquistata dai Pelasgi condotti dal re Nanas, talvolta identificato con l'eroe omerico Ulisse, che qui sarebbe morto e sepolto.
Una città aristocratica, dunque, che visse il periodo di maggior splendore intorno al V-IV secolo a.C., quando le sue mura di cinta (delle quali resta tuttora circa il sessanta per cento) abbracciavano un perimetro di circa tre chilometri e contenevano una popolazione di circa 5mila abitanti.

Veri e falsi storici 2
Non aprite quella porta

A proposito delle mura, c'è da rilevare che una delle principali porte etrusche, quella a doppio battente che si apre sul lato occidentale del perimetro e che attualmente è chiamata Porta Ghibellina, fino a qualche decennio fa era sconosciuta, perché chiusa e murata, agli stessi cortonesi. La ragione è semplice, ma solo se letta in chiave mitologica o leggendaria. Si riferisce ad un episodio accaduto in pieno Medioevo, durante le lotte fra guelfi e ghibellini. Alla metà del secolo XIII, Cortona era un libero comune di fede ghibellina e per questo non poteva sfuggire alle mire espansionistiche della guelfa Arezzo. Nella notte fra il 1° e il 2 febbraio del 1258, gli aretini, grazie alla connivenza di alcuni traditori cortonesi che, di notte, aprirono le ante dell'antica porta etrusca, invasero la città e la conquistarono, costringendo la maggior parte degli abitanti ad andarsene in esilio. Agli esuli occorsero tre anni - e la vittoria ghibellina a Montaperti - prima di cacciare gli aretini e ritornare nelle proprie case. E uno dei primi provvedimenti che prese il nuovo governo fu quello di murare, nascondere e dimenticare quella doppia porta etrusca che aveva permesso agli aretini di entrare proditoriamente in città. È stato solo nel 1988 che quell'importante reperto dell'architettura etrusca è stato riportato alla luce. Ma la leggenda dice che anche oggi i cortonesi l'attraversano malvolentieri e sono disposti anche a lunghe deviazioni pur di evitare quel passaggio che evoca lontane disgrazie.

Satiri e sirene
Un altro esempio può essere costituito dal ritrovamento del celeberrimo lampadario, risalente forse al V secolo a.C., uno dei più rari e importanti esempi di bronzistica etrusca. Il lampadario è realizzato in un unico blocco del diametro di 60 centimetri e del peso di 57,72 chilogrammi. Fu trovato casualmente da alcuni contadini, il 14 settembre del 1840, in un terreno di proprietà della famiglia Tommasi, nel cui palazzo rimase per alcuni anni. Nel 1846 la famiglia, che si riteneva proprietaria di quell'eccezionale reperto, lo mise in vendita alla cifra, per quegli anni altissima, di 3mila scudi. I membri dell'Accademia etrusca di Cortona, un'istituzione nata nel 1726 con lo scopo preciso di raccogliere, conservare e possibilmente accrescere il patrimonio dei reperti, promossero una sottoscrizione per consentire l'acquisto e fare in modo, come poi avvenne, che il lampadario divenisse un bene dell'intera comunità.
Ma ciò che ancora intriga studiosi ed archeologi è la simbologia che si cela in ogni figura che impreziosisce il blocco bronzeo. Il lampadario ha sedici beccucci e sotto ad ognuno vi è raffigurato in rilievo un sileno (o satiro) accosciato, nudo, che suona un doppio flauto, di aspetto umano ma con zoccoli equini, che si alterna ad una sirena (o arpia), seduta, coperta da una doppia veste, una folta chioma e, sul dorso, due ali spiegate. Vi sono altre immagini: intorno alla figura centrale del gorgone si notano quattro scene di caccia composte da due animali che ne assaltano un terzo; e ancora, cavalli, rettili, delfini, onde marine, in una complessità compositiva davvero stupefacente.
Oltre a non essere riusciti finora a dare una risposta circa la sua simbologia, l'altra domanda che suscita l'interesse degli addetti ai lavori è quale fosse la funzione di un oggetto di quelle dimensioni e di quella raffinatezza artistica: adornava la sala di una villa privata o illuminava un tempio? Aveva uno scopo puramente pratico e laico oppure gli era riservata anche una valenza religiosa o sacrale?

Il mistero svelato
Accanto ad un mistero che continua, ce n'è un altro che gli studiosi sono riusciti a risolvere. Si tratta della pittura conosciuta come "Musa Polimnia", anch'essa ospitata nel museo cortonese. È un dipinto su ardesia ad encausto che fin dal giorno della sua apparizione in città, nella prima metà del XVIII secolo, ha dato del filo da torcere e non pochi problemi a storici dell'arte e archeologi. Il suo scopritore, il cortonese Marcello Venuti, riferì di averla trovata casualmente in un casolare di campagna, usata come chiusura per una piccola finestra. In un primo momento si pensò ad un'opera d'arte etrusca: altri la definirono un "capolavoro del secolo d'oro dell'arte greca". Intanto il suo valore commerciale saliva a dismisura. La famiglia Tommasi, sul cui territorio era stata trovata, prima la regalò all'Accademia etrusca, poi pretese - e ottenne - la somma di 3mila lire. All'epoca fu messa in giro la voce che il museo di Kensington aveva offerto la cifra astronomica di 100mila lire sterline per poterla portare in Inghilterra. Frattanto il mistero sulle sue origini si infittiva, anche perché gli specialisti erano in totale disaccordo e il ventaglio delle attribuzioni si allargava spaziando dall'arte etrusca alla scuola del Correggio.
Soltanto in anni recentissimi l'arcano è stato svelato: il ritrovamento di una lettera autografa di Marcello Venuti lo ha inchiodato alle sue responsabilità. Fu lui stesso infatti - e lo dice nella lettera - a commissionare il dipinto ad un anonimo pittore napoletano e fu sempre lui a mettere poi in giro la storia dell'avventuroso ritrovamento.



Da vedere
La tabula ritrovata

Oltre alle opere d'arte - vere o false - già menzionate, il Museo cortonese ospita numerosi oggetti recuperati nei territori circostanti. Importantissima è la Tabula cortonensis, risalente al II secolo a.C., riemersa dal territorio di Camucia nel 1992. Si tratta di una lamina in bronzo - spezzata in otto parti di cui solo sette sono state ritrovate - in cui è incisa la formula di un atto di compravendita fra un mercante ed un olivicoltore. Le tombe più significative si trovano ai piedi del colle sul quale sorge Cortona, nelle località di Camucia e del Sodo. Sono i tumuli principeschi, in loco chiamati "meloni", risalenti al VII-VI secolo a.C. Non lontano si trova anche la "Tanella di Pitagora" un monumento funebre costituito da una camera appoggiata su un basamento circolare in pietra e circoscritto da pareti sempre in pietra di grande suggestione; il monumento risale al II secolo a.C.


Museo dell'Accademia etrusca
Palazzo Casali, piazza Signorelli

Orario: fino al 31 ottobre 10-19
Dal 1° novembre al 31 marzo 10-17

Chiuso il lunedì

Ingresso 7 €, ridotto 4 €

Info: tel. 0575637235





Bibliografia
Aldo Neppi Modona, Cortona etrusca e romana nella storia e nell'arte, Olschki 1977