Scritto da Riccardo Gatteschi |    Marzo 2001    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Il cavalletto di Van Gogh
Se è vero, come riferiscono le cronache, che uno slip a suo tempo indossato da Ursula Andress è stato battuto a un'asta partendo dalla cifra base di 150 milioni di lire; se è vero che la gonna che malamente riparò da sguardi golosi le intimità di Marilyn Monroe, quel giorno che casualmente si trovò sopra ad un bocchettone che dal sottosuolo di New York lanciava un getto d'aria (evento immortalato, altrettanto casualmente, da un fotografo), è stata aggiudicata per la cifra di quattro miliardi e mezzo; se tutto questo è vero, allora non c'è da meravigliarsi se il cavalletto sul quale Van Gogh appoggiava le sue tele abbia raggiunto una valutazione di mercato di qualche miliardo.
In realtà, il primo a meravigliarsi è il suo attuale proprietario - un antiquario di Montelupo - che ancora non si è abituato all'idea di possedere un oggetto di tanto valore. Del resto fa bene a non assuefarsi a quell'idea, dal momento che la parola fine all'intricata vicenda deve essere ancora scritta.
Perché è certo che il cavalletto mostra in pieno i suoi centotrenta anni d'età; è altrettanto certo che un paio di grafologi hanno assicurato che quella firma - Vincent - che si intravede nella parte frontale potrebbe essere stata vergata proprio dalla mano del pittore olandese. Ma fra il probabile e il certo c'è di mezzo un oceano - precisamente l'Atlantico - e una montagna... di dollari.
Sulla base del probabile, l'attuale proprietario ha sborsato la bella cifra di cento milioni per acquistarlo, l'anno scorso, da un signore di Biella che afferma di averlo ricevuto dalla nonna Clementina, la quale lo ebbe in eredità da sua madre Caterina che a sua volta lo aveva ricevuto in dono dallo stesso Van Gogh al termine della sua degenza in una clinica di Arles, dove appunto la signora Caterina lavorava. E c'è già un ricchissimo allevatore di bestiame texano pronto a pagare la cifra di un milione di dollari, pari a oltre due miliardi di lire.
Cosa manca perché dall'incerto si passi al sicuro? Manca solo il giudizio del professore che è considerato il maggior studioso francese dell'opera di Van Gogh. Quando lui avrà rilasciato il suo insindacabile parere sull'autenticità o meno di quell'oggetto, allora molte cose cambieranno. Perché nel caso che il suo giudizio sia negativo, l'attuale proprietario potrebbe anche mangiarsi le mani per aver compiuto una speculazione così avventata. Nel caso contrario, a mangiarsi le mani potrebbe essere invece l'allevatore texano, per non aver concluso l'affare più in fretta. Se il giudizio dell'esperto fosse positivo, infatti, l'antiquario di Montelupo ha già preannunciato che non si contenterebbe dell'offerta di un milione di dollari e sta già organizzando una vendita all'asta in una galleria di New York per ottenere una quotazione almeno pari a quella raggiunta dalla sottana di Marilyn.