L'esperienza de Il Forteto

Scritto da Silvia Gigli |    Marzo 1997    |    Pag.

Giornalista E' nata e vive a Firenze ma è per metà senese. Ha iniziato a frequentare il mondo del giornalismo giovanissima, collaborando con quotidiani come La Città, Paese Sera e numerosi mensili toscani. Ha lavorato al quotidiano Mattina, allegato toscano dell'Unità, fino al '99, poi al Corriere di Firenze, infine caposervizio delle pagine dell'Unità in Toscana. Scrive sull'Informatore dal 1990.

La solidarietà rimane il cemento di questa Coop agricola
Un'azienda con l'anima è un controsenso. Una contraddizione difficile da comprendere per chi conosce solo l'alfabeto del profitto. E' una scommessa che tentano in molti, ma sono pochissimi quelli che ce la fanno davvero.
Un'azienda che resta comunità
Nel Mugello qualcuno c'è riuscito tanto bene da fare scuola. Ufficialmente producono mozzarelle e pecorini, ricotta fresca e caciotte al tartufo, in realtà sono una comunità di uomini e donne che venti anni fa hanno fatto una scelta di vita diversa, credendoci fino in fondo.
Questa esperienza così singolare e fortunata si chiama 'Il Forteto'. Chiunque è passato una domenica lungo la strada che da Vicchio conduce a Dicomano sa di cosa stiamo parlando. E' una cooperativa agricola che si estende su 550 ettari di terreno, produce formaggi esportati in tutta Europa e, soprattutto, non nega il proprio aiuto a chiunque abbia bisogno di una mano.
La storia del nucleo di persone che hanno dato vita al Forteto inizia a Prato nei primi anni Settanta. Gli inizi non sono facili. Ciascuno di loro si lascia alle spalle una vita agiata, familiari in apprensione, un lavoro sicuro. Nel '77 sono a Bovecchio, quarantacinque persone vivono e lavorano insieme in un gruppo di case coloniche da ristrutturare. L'umidità è la compagna di molte notti, l'agricoltura un mestiere tutto da imparare, i bambini difficili una missione cui non si può più fare a meno.
Il gruppo del Forteto ha un obiettivo: ritrovare una dimensione di vita più umana, aiutare i bambini in difficoltà, dare una chance a chi ha problemi di relazione, gli handicappati, i malati di mente. «All'inizio non sapevamo nemmeno da dove cominciare - racconta sorridendo Rodolfo Fiesoli, responsabile sociale della cooperativa-comunità -. Accoglievamo tutti: pazzi, minorati, bambini abbandonati con gravi turbe psichiche, chiunque avesse bisogno di aiuto. Volevamo essere utili, costruire una grande famiglia allargata, dare una chance a chi non l'aveva mai avuta».
Pazzi idealisti. Ecco come dovevano sembrare allora i ragazzi del Forteto. Una meteora destinata ad inabissarsi, un nemico pericoloso da trascinare in tribunale. Eppure loro ce l'hanno fatta. Il loro segreto? «Non affidarsi all'assistenzialismo ma lavorare sodo, creare una vita normale, discutere molto, non giudicare mai nessuno» sintetizza Rodolfo Fiesoli. In venti anni al Forteto sono arrivate decine di bambini affidati alle venti famiglie della comunità dai tribunali dei minori. Le loro storie aprono squarci su un incredibile mondo di violenze familiari. Un'infanzia negata, umiliata, profondamente ferita che al Forteto trova i balsami per ricominciare una vita normale. «Ci vogliono anni, amore, dedizione, infinita disponibilità - continua Rodolfo -. Ciascun bambino che il tribunale ci affida è un mondo a parte, una creatura ferita che deve riuscire a ritrovare le parole per esprimersi, raccontare, cercare di riconciliarsi con la propria esistenza. Non è facile, a volte è straziante ma per noi adesso questa è l'unica vita possibile. E l'attività casearia è il mezzo per essere indipendenti e riuscire ad aiutare gratuitamente gli altri e, perché no, anche noi stessi». Se è vero che la maggior parte degli affidamenti falliscono, l'esperienza del Forteto è invece un esempio positivo che presto diventerà un libro. Lo sta curando il professor Ferroni, un sociologo pisano che da mesi studia da vicino il modello di questa comunità.
Nel 1982 il Forteto si trasferisce a Vicchio, acquista la tenuta grazie ad un mutuo di proprietà contadina e ristruttura i casali abbandonati, la chiesetta in rovina e il bel castelletto settecentesco dove adesso c'è la sede principale della comunità. Intorno una distesa di terra da pascolo, frutteti, bosco, maneggi e orti. Là dove c'era l'abbandono la comunità ha riportato la vita e una sana attività imprenditoriale. Il bosco è pulito, i pascoli curati, le case rimesse in sesto. I contadini che un tempo le abitavano sono stati rintracciati e chiamati a vedere quello che era stato fatto. «Sono stato io a volerli invitare qui - dice Rodolfo Fiesoli -. Molti hanno festeggiato le nozze d'argento o d'oro nella nostra chiesetta, altri ci hanno aiutato e dato consigli su come coltivare questa terra, loro che l'avevano dissodata per generazioni».
Ma oltre all'affetto e alla solidarietà è soprattutto il lavoro il collante che tiene insieme da venti anni questa comunità.
L'azienda casearia non si limita a produrre ottimi pecorini ma sperimenta continuamente nuovi formaggi, ricerca i gusti di un tempo, controlla attraverso il proprio laboratorio interno le fasi più delicate della produzione e la qualità del latte ovino e bovino. Tra i suoi fiori all'occhiello ci sono il delicatissimo pecorino di fossa, lasciato stagionare per alcuni mesi sottoterra, il Re Nero, un pecorino fatto invecchiare con la cenere, e l'Oro antico, pecorino con un anno di stagionatura marchiato a fuoco. La ricerca non si interrompe mai, tra qualche mese la cooperativa sarà pronta per lanciare sul mercato due nuovi formaggi a pasta molle. Chi li ha assaggiati assicura che sono squisiti. A controllare la bontà e il perfetto confezionamento di caciotte e mozzarelle ci sono anche ragazzi down, handicappati, cerebrolesi, distrofici e autistici. Lavorano con metodo, felici di essere utili, consapevoli di essere protagonisti di una grande esperienza.
Da tre anni e mezzo Il Forteto non percepisce più rette per i ragazzi che vanno a vivere lì. Molti sono affidati dal tribunale ma ce ne sono alcuni che vengono accompagnati al Forteto dagli stessi genitori nella speranza che lì possano ritrovare la gioia di vivere. Ad accoglierli c'è una grande e rumorosa famiglia allargata di oltre cento persone che mangiano tutte insieme a pranzo e a cena, si dividono esperienze, parlano dei propri problemi e non si lasciano mai soli. Fanno anche dell'ottimo formaggio, ma questa in fondo è un'altra storia.