Gli scatti di Ugo Panella per una società migliore

Scritto da Silvia Amodio |    Marzo 2012    |    Pag.

Giornalista e fotografa Milanese, laureata in filosofia con una tesi svolta alle isole Hawaii sulle competenze linguistiche dei delfini. Ha collaborato come giornalista free-lance con settimanali e mensili (Famiglia Cristiana, Airone, D la Repubblica delle Donne, l'Espresso, Mondo Sommerso, New Age), scrivendo sempre di animali e accompagnando gli articoli con le sue foto. Ha lavorato anche all'enciclopedia sul gatto della De Agostini. Negli ultimi tempi la fotografia d'autore è divenuta la sua occupazione principale.



(Afghanistan)

Ugo Panella, classe 1948, è un importante fotoreporter: da oltre trent'anni si sposta instancabilmente da un capo all'altro del mondo per far conoscere quelli che lui stesso chiama i "sotterranei dell'umanità". Dopo una breve ma intensa carriera come atleta professionista nella squadra nazionale di scherma, che lo ha portato fino alle olimpiadi del Messico del 1968, decide di deporre la sciabola per dedicarsi agli invisibili. Proprio in quei giorni, infatti, a Città del Messico, un attentato uccide 300 studenti, un episodio che lo colpisce profondamente e fa germogliare il suo talento.
Panella è specializzato in conflitti civili: ha documentato le guerre in Nicaragua e Salvador, passando per gli slums di Nairobi e viaggiando in Albania, India, Sri Lanka, Filippine, Palestina, Somalia, Etiopia, Sudafrica, Afghanistan, Iraq e in molti altri paesi, armato, questa volta, solo della sua macchina fotografica.
Ecco che cosa ci racconta della sua professione.

«Utilizzo la fotografia come mezzo per denunciare, testimoniare e rappresentare con immagini la realtà del mondo. In troppi luoghi, ogni giorno, esseri umani subiscono violenze e ingiustizie che restano nascoste e prolificano tra l'indifferenza dell'opinione pubblica.
Le vittime sono soprattutto le donne, costrette da culture ataviche a rimanere gregarie e sottomesse senza la possibilità di studiare, di sviluppare competenze e avere una propria dignità. Eppure, queste realtà brutali non riescono a soffocarne la forza d'animo e la volontà. La fotografia le fa uscire dal buio costruito intorno a loro e le fa esistere, nella speranza che quel cono di luce possa aprire gli occhi a chi, per sua fortuna, vive lontano da guerre e soprusi
».

(Afghanistan)

Donne sfigurate
Durante un viaggio in Bangladesh, insieme a Renata Pisu, all'epoca inviata di "Repubblica", Ugo Panella viene a sapere di una pratica orrenda, quella di sfigurare con l'acido solforico le donne, spesso bambine, che rifiutavano le attenzioni di un corteggiatore o un matrimonio combinato. Una realtà che prima di allora nessuno conosceva e che Panella ha reso nota in tutto il mondo con il suo lavoro.
Ecco che cosa ricorda: «visi ridotti ad ammasso di carne informe, femminilità violate e dignità calpestata. Al dolore fisico lancinante, si aggiungono le ferite psicologiche che non si rimarginano e un futuro sepolto nei loro villaggi per nascondersi. Nessun uomo le sposerà più, condannandole ad una emarginazione sociale ancora più dolorosa delle ferite stesse. Senza neanche la soddisfazione di vedere puniti i responsabili che minacciavano e corrompevano i poliziotti che stracciavano le rare denunce dei familiari».

Eppure alcune donne hanno la forza di reagire, come Bina, una bellissima ragazza la cui metà del volto è stata mangiata dall'acido quando aveva 16 anni. Bina ha trovato la forza di ribellarsi al giudizio pesante di chi le stava vicino, diventando un punto di riferimento per altre ragazze come lei, andando di villaggio in villaggio a portare conforto e a spiegare come intervenire tempestivamente per limitare i danni, perché spesso il primo ospedale dove ricevere soccorso è raggiungibile solo dopo molte ore di viaggio.

La terribile sostanza
, solitamente usata per le batterie delle automobili, è limpida come l'acqua e si acquista facilmente in molti negozi a pochi soldi. «Ho perso le tracce di Bina - racconta Panella -; so che dopo il nostro servizio è andata a studiare negli Stati Uniti, dove ha potuto anche coltivare la sua passione per l'atletica». Grazie alle pressioni internazionali che ci sono state in seguito alle sue fotografie, le pene per questo crimine sono diventate molto più severe.



(Sierra Leone)

L'uomo con le chele
La straordinaria capacità di Ugo Panella è quella di entrare in punta di piedi nelle realtà più strazianti e allo stesso tempo registrare immagini delicate e poetiche.
Famoso quello scatto che ritrae un uomo che abbraccia la sua bambina di dieci anni con due chele metalliche perché gli sono state amputate entrambe le braccia. Accadde in Sierra Leone, quando, durante la guerra durata dal 1991 al 2002, i ribelli del Ruf (Fronte rivoluzionario unito) seminavano il panico tra i civili mutilando con ferocia e cattiveria chiunque capitasse a tiro.
«Qualche volta lo scatto viene senza cercarlo - ci spiega il fotoreporter - quel signore era appoggiato al muro e mi ha chiesto se conoscevo la sua storia. Gli ho risposto di no, così ha iniziato a raccontarmela. I ribelli avevano costretto sua figlia a tagliargli le braccia. Il machete era più grande di lei, e non riusciva neanche a tenerlo in mano. Nonostante questo, lui si sentiva fortunato, perché era vivo e poteva ancora abbracciare la sua bambina. Quando l'ha stretta a sé, ho premuto l'otturatore».

Da schiava a sarta
«Tra i numerosi incontri che questa professione mi ha regalato - continua Panella -, c'è quello con Laila, una donna afgana che ho incontrato più di una volta. L'Afghanistan è un paese che dopo la tragedia delle torri gemelle ho visitato molte volte. Laggiù la condizione femminile è inimmaginabile. Le donne devono indossare il burqa e vedere il mondo attraverso questa grata, l'istruzione è un lusso concesso a poche e spesso subiscono violenze in famiglia e da una società maschilista. Il marito di Laila è morto quando lei era ancora giovane, ma la famiglia di lui l'ha accusata di averlo ucciso con un malocchio. È stata per questa ragione ridotta in schiavitù e costretta a prostituirsi; quando non era fuori con i clienti, viveva dentro una buca legata ad una catena. Grazie ad altre donne, è riuscita a scappare e a portare con sé i tre bambini nati da quegli incontri. Laila ha imparato a leggere, scrivere e la professione di sarta. Ora, grazie a un progetto di microcredito, amministra una piccola attività di sartoria dove lavora anche il figlio più grande. Ed è finalmente una donna libera».
Nella storia del mondo la fotografia ha denunciato soprusi e ingiustizie e ha contribuito con forza alla crescita di una società più giusta.

(Le foto dell'articolo sono di U. Panella)