Una selva di tubi Innocenti per salvare la chiesa di San Paolo a Ripa d’Arno. Partiti i lavori di recupero

Scritto da Sara Barbanera |    Aprile 2016    |    Pag. 8

Laureata in Scienze della comunicazione presso l'Università La Sapienza di Roma nel 2001, nel 2016 consegue la laurea in Sviluppo Economico e Cooperazione Internazionale presso l'Università degli studi di Firenze.

È giornalista dal 2001, dopo la collaborazione con la cronaca umbra del Messaggero e con altri periodici locali.

Dal 2004 lavora in Unicoop Firenze dove, per 5 anni, ha svolto attività in vari punti di vendita, con un percorso di formazione da addetta casse a capo reparto servizio al cliente. Dal 2009 al 2011 ha coordinato le sezioni soci Coop di Firenze.

Dal giugno 2011 è direttore responsabile dell'Informatore Unicoop Firenze, responsabile della trasmissione Informacoop e della comunicazione digitale presso gli spazi soci Coop.

Foto Gronchi Fotoarte

Pisa

I lavori sono partiti e in cantiere c’è un grande progetto di recupero che non riguarda solo i mattoni e le travi, ma la storia scritta dentro le mura di una chiesa preziosa: San Paolo a Ripa d’Arno.

Ben visibile dal lungarno con il chiarore della sua facciata, appena fuori dall’affollato circuito turistico di piazza dei Miracoli, la chiesa è annoverata fra i capolavori del romanico pisano e traccia le sue origini agli inizi del Mille.

Un tesoro antico, di una bellezza nascosta, che ha richiesto ben cinque anni di campagna diagnostica e di saggi sulla muratura e sul legno per capire lo stato di resistenza dell’edificio e di deterioramento delle capriate e delle travi.

Dopo tanta attesa, numerosi interventi di messa in sicurezza e quasi quattro anni di chiusura al pubblico, l’Arcidiocesi di Pisa ha chiamato a raccolta vari soggetti del territorio, fra i quali Unicoop Firenze, che hanno risposto all’appello per il sostegno al lavoro di restauro, ufficializzato lo scorso marzo.

Molta la storia che riemerge dalle pietre di questo edificio, frutto di un percorso complesso che l’ha reso un insieme composito di materiali, stili e strati non sempre coerenti fra loro.

Foto Gronchi Fotoarte

Spiega Francesca Barsotti, coordinatrice dell’Ufficio diocesano per i beni culturali ecclesiastici: «Ci troviamo di fronte a una costruzione che è il risultato di un passaggio di mani diverse e di tracce lasciate in modo più o meno pianificato sull’impronta iniziale della chiesa. Non è un edificio monoblocco, ma il risultato di un percorso che abbraccia generazioni. La prima attestazione dell’edificio, risalente al 29 agosto 1032, compare in un contratto di vendita di terreni in cui, però, non c’è né una descrizione della costruzione, né l’eventuale appartenenza a un ordine monastico. Fra il 1090 e il 1092 viene acquisita dalla congregazione vallombrosana che, insediata a riva d’Arno, estende e consolida la sua presenza per tutto il XIII secolo. La chiesa viene gradualmente ampliata e decorata: nel 1130 si passa da un edificio piccolo a uno più grande, e il 1148 segna la consacrazione del nuovo altare da parte di papa Eugenio III. Le stratificazioni continuano anche a livello decorativo, con il rivestimento del transetto nord nella prima metà del ‘200 e l’intervento sulla facciata in due fasi: la parte sinistra risale alla seconda metà del XIII secolo, la parte destra è invece datata intorno agli inizi del XIV secolo. A questa fase segue un periodo di instabilità, fino a quando, nel 1409, la chiesa viene ridotta a commenda e assegnata alla famiglia Medici. Dal 1552 la commenda viene affidata alla famiglia Grifoni che la gestisce fino a metà del ‘700, facendo migliorie e interventi di restauro».

«Dopo l’intervento del 1853 – conclude Francesca Barsotti -, quando vengono tolti gli altari aggiunti in epoca barocca, il destino della chiesa finisce sotto le bombe della seconda guerra mondiale, con danni molto gravi, parzialmente recuperati con l’intervento effettuato tra il 1949 e il 1951. I lavori del 1987 hanno riguardato solo la pulitura della facciata mentre, come sappiamo bene, nel 2010 abbiamo registrato il primo segnale di un dissesto rivelatosi poi molto grave. Il resto… è storia di oggi».

Una storia che è sospesa da quattro anni di chiusura e che è stata salvata dal crollo con una selva di impalcature che rendono l’idea della precarietà dell’edificio.

Ma il tempo non è passato invano, come spiega Maria Rocchi, responsabile dell’Ufficio tecnico diocesano di Pisa: «Nel 2010 un frammento del transetto è caduto in strada: da questo primo piccolo segnale sono iniziate le verifiche dalle quali sono emersi gravi dissesti, spostamenti e cedimenti strutturali, tanto nella parte lignea che in quella muraria. Dopo il primo presidio di sicurezza del 2012, le impalcature sono state estese a tutto l’edificio che ora si regge su uno scheletro di ferro fittissimo. Questi anni non sono passati inutilmente: sono stati necessari ad approfondire le verifiche per intervenire correttamente, rispettando la storia e le storie di queste mura. Per questo edificio così complesso, il 2016 segna un altro anno di svolta che, ci auguriamo, restituisca questo patrimonio al presente e alla comunità perché sia un’eredità per le generazioni future».


Le intervistate

Francesca Barsotti

coordinatrice dell’Ufficio diocesano per i beni culturali ecclesiastici

Maria Rocchi

responsabile dell’Ufficio tecnico diocesano di Pisa

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