Tornano nei punti vendita Coop i presepi di Betlemme. Cronache da una città che lentamente sta ricominciando a vivere

Scritto da Maurizio Izzo |    Novembre 2002    |    Pag.

Giornalista e regista televisivo.

Da anni segue il mondo della cooperazione, realizzando documentari sulla cooperazione internazionale e sulle attività della Fondazione Onlus “Un cuore si scioglie”.

Per Unicoop Firenze cura la trasmissione televisiva settimanale Informacoop.

La passione per la cucina (figlio e padre di cuochi) è diventata anche un lavoro con la direzione di Gola Gioconda, storica pubblicazione sulla cultura del cibo.

Responsabile comunicazione di Sicrea, azienda impegnata nell’organizzazione di eventi e nella comunicazione.

Vive in Mugello e scende a valle in treno sulla Faentina, ma se può sta lassù.

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I bambini entrano a scuola alle sette di mattina, pochi quelli accompagnati dai genitori, molti di più i fratelli maggiori che tengono per mano i più piccoli. Sono ordinati, silenziosi, gli zaini sono gli stessi dei bambini di tutto il mondo, colorati, forse un po' meno alla moda. Una scuola, come tante altre, ma qui siamo a Betlemme, nel cuore della Palestina, e questa è una delle poche scuole che quest'anno ha riaperto. La gestiscono, tra immaginabili difficoltà, i frati francescani, poco distante ci sono ancora i carri armati israeliani. La Basilica della Natività, teatro pochi mesi fa di una delle pagine più drammatiche del conflitto israeliano-palestinese, è proprio lì dietro, e il fatto che questi duemila bambini, cristiani e musulmani, possano andare a scuola è davvero eccezionale.
Intorno alla scuola hanno riaperto anche le botteghe artigiane, quelle dove i genitori di quei bambini lavorano il legno secondo una tradizione secolare.
Gli artigiani palestinesi sono tornati a tagliare ed intarsiare il legno d'ulivo, a dargli forme morbide e dolci. Lavorano a mano in botteghe piccole, affacciate sulla strada, spesso con macchinari rudimentali, ma questa antica lavorazione e il commercio che ne consegue è stato per anni una delle principali fonti di sussistenza per la popolazione di Betlemme.
Sono trascorsi due anni da quando, fallita la trattativa per la pace, in Medio Oriente si è ripreso sistematicamente a sparare e a morire. All'inizio si parlò di una nuova intifada: oggi lo scenario non è più quello di una rivolta ma di una guerra, e come sempre chi paga di più è la popolazione civile, di tutte e due le parti.
Betlemme è stata nei mesi scorsi duramente colpita, la città sotto coprifuoco, la Basilica della Natività assediata e poi quella lunga e difficile trattativa con i carri armati israeliani davanti ai luoghi che il mondo intero riconosce come sacri. Una pagina drammatica con gli occhi di tutto il mondo addosso, ma solo una delle tante che questa piccola città ha vissuto negli ultimi anni.
Siamo stati a Betlemme alcuni mesi fa, prima che la situazione precipitasse, e già allora ci era parsa irriconoscibile. Questa che per secoli è stata la terra dell'accoglienza, meta di pellegrinaggi da tutto il mondo, il luogo sacro per eccellenza, era già una città agonizzante. I negozi chiusi, le porte sbarrate, i pochi commercianti che vivevano dentro alle botteghe perché non potevano raggiungere le abitazioni da cui li separavano i temutissimi check-point. Le donne ci raccontarono di una città strangolata, isolata dal mondo, dove da due anni non si era più visto né un turista né un pellegrino.
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Bisognava averla vista prima Betlemme per capire quanto grave è il danno di questa guerra. Cos'è della città aperta, vivace e rumorosa, dei mercatini e dei piccoli negozi all'aperto, dei cibi cucinati in strada con le pietanze colorate e profumate? E poi l'intreccio delle razze e delle genti, il fascino dei luoghi sacri davanti a cui tutti, credenti e non, sentono di doversi fermare per pregare o ascoltare un pensiero.
Padre Ibrahim, il frate francescano custode della Basilica della Natività, che fu allora la nostra guida, ci racconta di quanto la situazione sia peggiorata, dei lutti e delle sofferenze che hanno colpito la popolazione civile in questi mesi, sicuramente il periodo più difficile mai vissuto dal popolo palestinese.
L'economia di una piccola comunità come quella di Betlemme è in ginocchio e le centinaia di famiglie di artigiani che per anni hanno vissuto di un'economia basata sul turismo e il commercio sono sul lastrico.
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Ma quella scuola e quelle botteghe aperte testimoniano anche che piccoli progetti di solidarietà possono tenere aperta una speranza, dare una ragione di vita. Solo pochi mesi fa il progetto di Coop di vendere in Italia le statuette dei presepi realizzate dagli artigiani era poco più di un'idea, e ogni giorno si scontrava con le infinite difficoltà della vita di questo paese. Ma i contatti non si sono mai interrotti, gli artigiani si sono organizzati, hanno dato vita a un'associazione, si sono iscritti alla Camera di Commercio e soprattutto hanno riaperto con fiducia le loro botteghe, tornando a produrre le statuette che potremo acquistare nei prossimi giorni, nei punti vendita Coop. Dal canto suo la cooperativa ha assicurato la commercializzazione dei presepi per un importo pari a circa un miliardo di vecchie lire.

I presepi palestinesi in legno d'olivo saranno disponibili, in grandezze diverse, nei cinque Ipercoop della Toscana e in alcuni supermercati, a partire dal 4 novembre