Da "Figli delle stelle", di Edoardo Nesi, ed. Bompiani, lire 25 mila

Sfrecciare in quel modo sull'autostrada, come per allontanarsi dal tramonto colombiano che si infiammava proprio dietro di lui, gli pareva allo stesso tempo pericoloso e necessario, in un continuo altalenarsi, poiché ogni volta che diceva al suo autista di andare più forte perché perdeva l'aereo qualche colombiano idiota cambiava corsia senza mettere
Tramonto a Bogotà
la freccia e gli si parava davanti e allora ordinava all'autista di rallentare un po', Cristo, o sarebbero morti su quell'autostrada del cazzo invece di prendere l'aereo, che però si doveva prendere per forza e lui era in ritardo e allora appena l'autista scartava e sorpassava da destra l'automobilista o il camionista colombiano idiota e davanti c'era strada libera subito gli riordinava di accelerare, e così via, in cicli di uno-due minuti complicati dall'oscenità arancione del tramonto dietro di loro e dallo squallore infinito della periferia di Bogotà, dal progressivo declinare dell'altezza dei palazzi, dallo scrostamento degli intonaci sui muri delle case vicinissime all'autostrada e dagli onnipresenti e incomprensibili murales, che gli erano sempre parsi una cosa sudicia. Dopo pochi secondi dalla sua partenza dal Palazzo MediFuture nel centro di Bogotà, verso le cinque, i moderni palazzi con le pareti a vetro del centro finanziario avevano lasciato il posto alle case piccole e arrotondate della scarna civetteria sudamericana dei quartieri residenziali - inferriate rotonde, balconi rotondi, decorazioni - e poi, dopo pochissimo, le case erano ridiventate palazzi dello stesso beige sbiadito, come se una mano gargantuana le avesse tirate e allungate come Pongo, e ora si ergevano enormi e scrostati e sudici, con i balconi dritti e le inferriate dritte come quelli delle periferie di tutto il mondo, con l'orribile, imperdonabile cemento a vista dei casermoni di tutto il mondo, e poi erano scomparsi del tutto e d'improvviso come inghiottiti dalla terra nera di Bogotà, sprofondati nell'inferno degli orrori architettonici, e oltre il finestrino si vedeva scorrere solo la distesa di favelas della Rinconera che aveva continuato a sfilare per minuti e ad abbagliarlo con i riflessi del tramonto sui tetti di lamiera delle baracche. Strano che, agli estremi della ricchezza colombiana, le baracche della Rinconera luccichino, e luccichino anche i palazzi del centro finanziario, e in mezzo a quest'oceano di differenza di ricchezza, invece, non brilli/luccichi niente. Dev'essere una funzione matematica strana, quella della luccicanza degli edifici colombiani.