Esce un compact disk con le più belle canzoni del folklore toscano

Scritto da Bruno Santini |    Aprile 2001    |    Pag.

Attore e giornalista. Attore teatrale (con esperienze al fianco di S. Randone, E. M. Salerno, A. Asti...), cinematografico (in film di Pieraccioni, Monicelli, Panariello, Vanzina...) e televisivo (in fiction come 'La squadra', 'Carabinieri 2", "Vivere", "Questa casa non è un albergo"...). Giornalista dal 1990, è anche speaker ed autore radiofonico. E' il conduttore del programma televisivo "InformaCoop".

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Toscana cantata
Io me ne stavo mesto a lavorare/rinchiuso dentro a i' Maschio di Volterra/un secondin mi venne a salutare/con lieto volto la mano mi serra". La voce è quella vibrante, sicura, evocatrice di Caterina Bueno, che adesso dà alle stampe un cd registrato dal vivo e contenente dodici brani che ci aiutano a riscoprire la 'sua' Toscana; quella del Batacchi, processato con alcuni compagni anarchici a causa delle bombe fatte esplodere a Firenze in occasione delle manifestazioni in favore di re Umberto I o quella di Gabbanino, narratore con il suo organino della disavventura vissuta da un gruppo di ragazzi alle prese con il toro di Massalto ("Mezz'assonnati, un po' bevuti e stanchi/chi brontolava e chi cantava in coro/eran vestiti in pantaloni bianchi/sbagliando strada incontraron un toro"). Quella di teste con ospiti indesiderati ("Lasciali fare, gli rompi le zampine/ma che forfora, ma che forfora/lasciali fare gli rompi le zampine/ma che forfora, pidocchi a tutt' andà") o quella del 'cittino' dell'Amiata al quale cantava la ninna nanna il padre minatore ("E io degli stornelli n'ho un tegame/se fussero polpette saren bone/se fussero polpette saren bone/ma gli stornelli 'un levano la fame"). Applausi sinceri tra un motivo e l'altro e poi di nuovo lei, Caterina Bueno, una voce al servizio di queste storie faticose ma, grazie a queste canzoni, ancora vive e scintillanti. 'Ho deciso di fare un disco dal vivo - ci spiega la stessa interprete - perché sentivo l'esigenza di recuperare il mio rapporto con il pubblico, e soprattutto volevo un incontro con quelli che sono ancora vivi e hanno nella memoria dell'infanzia queste storie. Un disco che definirei comunque un po' interlocutorio; in realtà fatto pensando ai prossimi'.
Ascoltarlo è come percorrere la Toscana tutta; c'è il Casentino de 'La canzone dell'anatra', c'è l'Amiata di 'Avevo un cavallino', c'è il Mugello del già ricordato 'Il toro di Massalto', c'è la Firenze de 'La leggera delle donne' ("A Firenze una sartina, la mi stava dio bonino dirimpetto/mi volea veni' nel letto, mi volea veni' nel letto") e la sua campagna di 'Sora padrona, buongiorno a lei' ("S'alza alle dieci della mattina/ha buona mensa e buona cantina/e quando il sole sta per tramontare/noi altri al campo a lavorare"). 'Mi ci sono riconfrontata a lungo con questa regione, specialmente nell'ultimo anno. Ho trovato, sì, situazioni di grandi cambiamenti, ma malgrado tutto ho trovato anche molta gente ancora legata al proprio passato, alle proprie tradizioni'.

Cos'è per lei la primavera?
'Certamente il momento della rinascita. E in ragione di ciò, c'è da parte della gente un'attenzione verso questa stagione abbastanza forte'.

E la Toscana, non parlo di clima, ma spiritualmente, politicamente e socialmente, che stagione sta vivendo?
'Premesso che qui si potrebbe intrecciare una serie di luoghi comuni che ci porterebbero assai lontano, credo che stia attraversando un momento di transizione estremamente complesso. C'è bisogno di sperare e sarebbe auspicabile che queste speranze fossero collettive. Non a caso la primavera mi riporta istintivamente al Maggio con la sua tradizione... che era, almeno fino a poco tempo fa, proprio questo, l'espressione di una speranza comune'.

In un paese che si raccoglie intorno alle vicende canore del Festival di Sanremo, e che premia generi musicali tanto lontani da quello che è il suo repertorio folkloristico-popolare, lei si sente un po' un'emarginata?
'Io in questi anni ho continuato a lavorare 'underground': senza promozioni, senza produttori... ed è già un miracolo che sia riuscita a sopravvivere. Nonostante ciò, mi dicono che questo disco sta facendo registrare delle vendite che per il genere sono definite sorprendenti, riuscendo anche a toccare una serie di ambienti diversi. Ho degli amici in Francia che hanno un figlio fissato per il reggae giamaicano e che pur non comprendendo una parola del mio disco lo ascolta e lo riascolta continuamente. La stessa cosa sta succedendo in America; la mia violinista, che è californiana, l'ha fatto ascoltare da quelle parti, non a colonie di immigrati ma a ragazzi che solitamente consumano tutt'altra musica, e mi dice che piace tantissimo. Per anni ci siamo 'allevati' un pubblico particolare, lo abbiamo fatto crescere e adesso lo ritroviamo puntualmente ai concerti, ma è innegabile che buona parte della platea è composta da giovani, quei giovani che poi sono un po' la primavera di cui parlavamo prima. E una conferma di quanto dico la ritrovo sul palco: io per esempio sono accompagnata da musicisti giovani!'.

E chi sa se gli stessi giovani si ritrovano nell'amore fatto di passioni ed incertezze, narrato in 'Tu mi garbavi tanto' ("Co' una biondina e m'ero fidanzato/e come gli altri anch'io c'ero cascato/E quando certe parti gli tastao/ a mi diceva: - Smettila Gustao! -/Rosa o Rosa quant'eri timorosa/tutto sommato anche se eri casta/i' che t'ho da dire e tu mi garbavi e basta") con un finale però imprevedibile e licenzioso: "Rosa o Rosa com'eri ingegnosa/tu t'arrossivi se ti toccao le tette/ma in via di' Moro facevi le marchette".