Da fabbrica a Museo dell’arte della lana

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Luglio-Agosto 2015    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Museo dell’arte della lana - Foto G.C. Museo dell’arte e della lana

Casentino - Stia

Se vogliamo dar credito alle parole di Emanuele Repetti, lo storico che negli anni centrali dell’Ottocento pubblicò il suo monumentale Dizionario geografico, fisico, storico della Toscana, la comunità di Stia avrebbe costituito, proprio in quegli anni, una delle più incisive realtà industriali della Toscana.

Se una persona avesse potuto sorvolare quel piccolo paese alla confluenza dell’Arno con il torrente Staggia - in pieno Casentino - sarebbe stata testimone di qualcosa difficile da immaginare in quel tormentato territorio, fatto di anguste vallate e impervie montagne; e gli si sarebbe aperto “l’animo a un conforto, perché costì vede le forze della natura chiamate dall’arte a contribuire all’industria di una intiera popolazione”. E più avanti precisa che “i due grandi edifizj di lanificio (…) fornivano al commercio 2300 pezze di panno di tutte le qualità, comprese le casimirre e le flanelle”.

Dunque un’attività, quella della tessitura della lana, che può vantare una lunga tradizione risalente all’alto medioevo quando, si narra, i francescani della Verna e i benedettini di Camaldoli già producevano, nei loro eremi, quel tessuto che sarebbe diventato famoso in tutto il mondo come il “panno del Casentino”.

Museo dell’arte della lana
Museo dell’arte della lana - Foto G.C. Museo dell’arte e della lana

I documenti attestano che a partire dal XIV secolo i portici che si aprono tuttora su quella singolarissima piazza in forte pendenza chiamata un tempo Borgo Maestro e oggi conosciuta con il nome di piazza Tanucci era tutta un fermento di artigiani impegnati a trasformare il vello appena tosato alle pecore che pascolavano nei dintorni, in un caldo tessuto assai idoneo a proteggere dai gelidi inverni casentinesi.

Ed è nei primi decenni dell’Ottocento, sull’onda della cosiddetta Rivoluzione industriale, nata pochi anni prima in Inghilterra, che alcuni intraprendenti casentinesi decisero che fosse giunto il momento di utilizzare le macchine per moltiplicare la produzione e alleviare all’uomo il peso del lavoro manuale. Una delle artefici di questa evoluzione fu la famiglia Ricci, che già dagli ultimi anni del Settecento ebbe l’intraprendenza e la capacità di acquisire vari opifici preesistenti e organizzarli in modo da concentrare tutte le attività in un solo stabilimento.

Seguirono anni di grandi affermazioni, concretizzate con la visita del granduca Leopoldo II nel 1838, la conquista di varie medaglie in concorsi nazionali, l’assegnazione della fornitura delle uniformi per l’esercito toscano e, dopo l’unità d’Italia, l’onore di rivestire anche i nobili membri di Casa Savoia.

Museo dell’arte della lana - Foto G.C. Museo dell’arte e della lana

In concomitanza con questi successi industriali, il lanificio si distingueva anche per essere all’avanguardia in campo sociale. Già dal 1838 era stata costituita una Società di mutuo soccorso che provvedeva ad assicurare uno stipendio ai suoi assistiti rimasti vittime di infortuni, e dava la possibilità di acquistare prodotti alimentari a prezzi ridotti tramite uno spaccio appositamente costituito.

Fu anche organizzata una scuola elementare alla quale avevano libero e gratuito accesso tutti i figli degli operai. Come contropartita ai soci veniva trattenuto un paolo (la moneta corrente in quegli anni) dallo stipendio.

Furono decenni, quelli della seconda metà dell’Ottocento fino alle prime due decadi del Novecento, che coincisero con il cambio della proprietà: ai Ricci si sostituirono i Lombard, facoltosa famiglia di origine nizzarda che in breve divenne la maggiore azionista. Il grande sviluppo di quel periodo fu possibile grazie all’impiego di circa 500 dipendenti (su una popolazione stimata in circa 1300 persone), l’utilizzo di 136 telai e la produzione annua di settecentomila metri di stoffe.

I decenni che intercorsero fra le due guerre mondiali registrarono una leggera decadenza nella produzione che portò, dopo varie vicissitudini, alla cessazione totale dell’attività a partire dal 1962. Dopo quaranta anni di oblio e di abbandono, l’ultima erede della famiglia Lombard decise di riacquistare l’intera struttura per trasformarla in museo. Un’operazione questa che è costata qualche anno di lavoro per recuperare e restaurare non solo gli edifici ma anche le attrezzature e i macchinari ancora presenti all’interno.

Museo dell’arte della lana - Foto G.C. Museo dell’arte e della lana

Oggi, a cinque anni dall’apertura ufficiale, il museo si presenta come uno dei più importanti centri di conservazione e diffusione dell’attività tessile in Italia. Il visitatore vive una vera e propria esperienza sensoriale, perché può toccare, annusare, ascoltare; insomma, rivivere ogni momento di quella scomparsa ma non perduta attività. In alcuni ambienti sono applicati dei pulsanti che, se premuti, riproducono sonoramente il battere del telaio, il sibilo della filanda, il rumore sommesso dei tamburi guarniti di punte metalliche del reparto cardatura.

In ultima analisi, e nelle parole di Andrea Gori, attuale direttore: “il museo, come fu in passato il lanificio, è tornato a essere il luogo delle mani, lo spazio del fare, dove si impara provando; non luogo da visitare passivamente, ma una palestra che permette di allenarsi con partecipazione e divertimento, manipolando fibre naturali e imparando a usare i vari strumenti tessili indispensabili per la lavorazione della lana”.

Info: 0575582216, info@museodellartedellalana.it, www.museodellartedellalana.it

La tradizione continua

Oggi il “Panno del Casentino” si produce ancora ed è un’importante risorsa per Pratovecchio Stia. TACS e Tessilnova sono le due attività artigiane incentrate sulla produzione del caratteristico panno locale, che sostengono un indotto di lavoro altamente qualitativo. La famiglia Savelli, proprietaria della “Premiata Tessitura TACS”, è arrivata alla terza generazione e da oltre cinquant’anni mantiene gli originali processi produttivi, ricevendo l’apprezzamento di importanti ambienti dell’alta moda e nelle esportazioni in tutto il mondo.

Passeggiate in Casentino

L’Ecomuseo del Casentino, in collaborazione con l’associazione Amici dell’asino, il Museo del castello di Porciano e la Pro loco di Moggiona presentano il nuovo calendario di “Cammina la storia”, cinque itinerari tra storia medievale, Resistenza e natura delle foreste casentinesi. La prenotazione è obbligatoria.

  • Domenica5 luglio: “Il misterioso sito di Sasso del Regio”.
  • Domenica19 luglio: “Escursione a Castelcastagnaio”.
  • Venerdì 7 agosto: “Sui sentieri dellaLinea Gotica”.
  • Domenica9 agosto: “Gli spedali nell’alta valle dell’Arno in Casentino”.
  • Giovedì 13 agosto: “Sui luoghidell’eccidio di Vallucciole”.
  • Info: Ecomuseo del Casentino, 0575507272 - 3200676766

I percorsi sensoriali - Da Centodue Subbiano tv – 29.07.13 - durata 9’ 47’