Città d'acqua

Scritto da Matilde Jonas |    Giugno 2003    |    Pag.

Giornalista Fiorentina, laureata in pedagogia con indirizzo psicologico, vive a Vejano (Viterbo), in piena Tuscia. Collaboratrice di numerose riviste letterarie, di quotidiani e mensili, a cui alterna l'attività di ufficio stampa per manifestazioni artistiche, ha anche pubblicato libri di poesie e narrativa (La lunga notte dei nove sentieri, Ed. Quaderni di Hellas; Tra silenzio e parole, Nardini Editore; Venerdì, MCS). Per la collana 900 di Mondadori/De Agostini ha curato le prefazioni di autori del Novecento. Direttore responsabile fino al giugno 1995 del mensile della Newton Periodici Firenze ieri, oggi, domani, ha progettato e realizzato il mensile Firenze Toscana, per il gruppo editoriale Olimpia, di cui ha assunto anche la direzione.

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Dalla valle, terrazzamenti folti di verde
a scalare le pendici collinari del Ripoli e Catillo, graffiate fino all'osso da cave di travertino: avvincente contrasto tra asprezza e dolcezza che l'Aniene - soprannominato Teverone quando si allarga a descrivere l'ansa che abbraccia Tivoli - ripete, scorrendo tranquillo per poi dirupare all'improvviso irruente per più di 100 metri, in quella cascata cara ai paesaggisti ottocenteschi. Lungo il corso del fiume, grotte soffici di capelvenere dove il gocciolare dell'acqua si fa roccia nel gioco di stalattiti e stalagmiti.
Greggi in transumanza dall'Abruzzo a tracciare il primitivo percorso della Tiburtina - la strada che ancora oggi dall'incubo del Grande Raccordo Anulare condurrebbe dritto a Tivoli, se una segnaletica meno criptica consentisse di imbroccare alla prima l'uscita giusta.

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Vacanze Romane

Agli occhi dei patrizi romani che percorrevano l'antica strada di transumanza verso Tibur - come i Latini avevano chiamato il villaggio costruito dieci secoli prima in vetta alla collina - la città, ormai trasformata in stazione di villeggiatura alla moda, si presentava superba: studiata scenografia volta a stupire di templi, di opere pubbliche, di ville, gran parte delle quali ancora visibili nei loro resti imponenti.
Nodo cruciale dei traffici da e per l'Abruzzo, il centro era stato conquistato da Furio Camillo nel 380 a.C. A determinarne la fortuna, la presenza di quelle acque ricche di bicarbonato, che sgorgano a 23° nel Lago della Regina a formare ampie pozze azzurrognole, oggi linfa vitale degli stabilimenti termali di Bagni di Tivoli.
Nel corso del Medioevo, ai grandi edifici romani si sovrapposero le case torri del libero comune (ancora in piedi in vicolo dei Ferri, via del Colle, via del Seminario, via Postera), il palazzo dell'Arengo, chiese e conventi, più volte rimaneggiati in epoche successive. La cattedrale di San Lorenzo inghiottì il Foro, il Tempio di Ercole Vincitore sparì nella struttura di un convento; trasformati in chiese anche i due templi dell'acropoli, quello di Vesta e della Sibilla, dal 1832 circoscritti - assieme a numerosi ruderi di edifici coevi - nel parco di Villa Gregoriana (9-un' ora e mezza prima del tramonto; chiusa il lunedì), felice connubio tra opera dell'uomo e creazioni della natura, realizzato durante i lavori di deviazione dell'Aniene, resi necessari dalle ripetute tracimazioni.
Infine la tardoquattrocentesca Rocca Pia, voluta da papa Pio II Piccolomini immediatamente al di sopra dell'Anfiteatro romano, a segnare la sottomissione della città di Tivoli al papato.

Tivoli
L'impero secondo Adriano

La notorietà di Tivoli è legata da sempre a due ville: quella dell'Imperatore Adriano e Villa d'Este (9-un' ora e mezza prima del tramonto; chiuse il lunedì). Comune denominatore di entrambe la loro spettacolarità, le straordinarie opere di ingegneria idraulica e la figura di un artista napoletano appassionato d'arte, eclettico e genialoide: Pirro Ligorio, pittore specializzato in grottesche al servizio di Ippolito d'Este. Nel 1550 il cardinale, nominato governatore di Tivoli, affidò all'artista scavi e restauro di Villa Adriana, la più estesa dimora della storia: un complesso di edifici che copre 300 ettari, rielaborazione della memoria dei monumenti più celebri di ogni località e provincia dell'Impero. Vero e proprio diario di pietra di un imperatore vocato più alle arti figurative che a quelle marziali, fu realizzato tra il 117 e il 138 d.C., l'intero arco del suo regno. '...sugli edifici in essa compresi - si legge nella Historia Augustea - fece scrivere i nomi, e li chiamò Liceo, Accademia, Pritaneo, Canopo, Pecile, Tempe e, perché niente fose trascurato, fece riprodurre anche gli inferi...'. Le acque dell'Aniene ad alimentare la copia del canale che collegava Alessandria a Canopo, le Piccole e Grandi Terme, e ancora il canale che circonda il Teatro Marittimo, un'isola circolare dove Adriano - tolti i due ponti levatoi in legno - soleva ritirarsi in isolamento. Ovunque riproduzioni di statue dei grandi scultori egiziani e greci: dall'Amazzone di Fidia alle Cariatidi dell'Eretteo di Atene.

Villa d'Este e i suoi bollori
Sull'audacia di soluzioni tecniche tese a creare quell'effetto di continua sorpresa che caratterizza gli edifici di Villa Adriana - decisamente fuori dagli schemi consueti - si fece dunque le ossa Pirro Ligorio architetto. Esperienza che trasfuse per intero nella realizzazione del parco di Villa d'Este, il suo capolavoro: primo di quei giardini all'italiana che avrebbero ispirato la successiva moda francese. Materia prima l'acqua dell'Aniene, frantumato in più di cinquecento getti ad animare statue e monumenti, creando una magia di forme e suoni nel folto del verde, che scende i terrazzamenti per concludersi con l'affaccio della balconata sulla valle.
Percorso fantastico tra grotte e allegorie delle fontane (quella di Tivoli, la Fontana di Roma, quella di Nettuno e ancora la Fontana dei Draghi, la Fontana della Natura), che si snoda sotto gli occhi di pietra dei faccioni zampillanti, allineati fitti lungo il viale delle Cento Fontane o ai fianchi della Scalinata dei Bollori. Ad accrescere lo stupore, i complessi meccanismi idraulici che creavano automaticamente suoni e melodie: primo tra tutti quello della Fontana dell'Organo, che sfrutta la caduta dell'acqua per azionarne il mantice.
Ereditata dalla famiglia D'Este, la sontuosa villa del cardinale Ippolito - realizzata dalla trasformazione di Ligorio del vecchio convento benedettino già sede del Governatorato, interamente affrescata da Agresti, Muziano, Zuccari - passò a Casa d'Austria in seguito al matrimonio di Maria Beatrice d'Este con Ferdinando di Asburgo, cui rimase fino al 1918.

Curiosità
Amici per la pelle

Un impianto per la calcinatura della pelle si trova già tra i resti di un'antica villa romana. E si sa che, in epoca barbarica, Alarico lasciava Tivoli con un ricco bottino di pellami. Ma la produzione di pergamena avrebbe conosciuto la sua stagione migliore qualche secolo dopo, quando, usata per i manoscritti, soppiantò del tutto la carta di papiro. (Museo del Libro, Villa d'Este).

Artigianato
La carta dell'Urbe

Carta morbida e di ottima fattura, quella prodotta a Tivoli a partire dal XV secolo, e con un prezzo concorrenziale rispetto alla carta di Fabriano. Una produzione che nel Cinquecento copriva da sola il 26% del fabbisogno dell'Urbe, costituendo una delle fonti principi dell'economia tiburtina. E con l'introduzione delle macchine tipografiche, dalla produzione di carta a quella di libri il salto è breve. Da segnalare inoltre la lavorazione di rame, ferro battuto e travertino.

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