La compagnia La Fortezza nel carcere di Volterra: prima il teatro, poi il resto

Scritto da Annarita Morelli |    Aprile 2011    |    Pag.

"Possiamo definire il teatro come ‘ciò che avviene tra lo spettatore e l'attore. Tutto il resto è supplementare - forse necessario, ma supplementare'". Scriveva Jerzy Grotowski, fautore del teatro povero e grande maestro del teatro del ‘900. E sembra essere della stessa opinione anche Armando Punzo, da 22 anni regista della Compagnia della Fortezza, formata da attori, detenuti e non, provenienti dalla struttura penitenziaria del carcere di Volterra. Da qualche anno Armando Punzo si sta battendo a favore della nascita del primo teatro stabile all'interno di un carcere. Progetto che nasce dall'esigenza di consolidare un'esperienza ultraventennale e unica a livello europeo.
«La mia è stata una scelta artistica - dichiara Armando Punzo -. Volevo lavorare con attori non professionisti, non con le produzioni ufficiali, quindi ho pensato di chiedere di entrare in carcere e fare ripartire da zero l'opinione del teatro. La compagnia è composta da detenuti, ex detenuti e qualche attore».

Lavora con attori non professionisti per ottenere una presenza scenica diversa?
«All'inizio c'era solo la necessità di non percorrere strade tradizionali, in tutti i sensi: dall'attore al modo in cui si produce uno spettacolo; al luogo, non in teatro ma in carcere, un luogo anomalo. E in questo modo far saltare i cliché: ad esempio la lingua, il fatto che dentro il carcere ci possano essere persone che non parlano l'italiano ma il loro dialetto. Nel cinema questo è avvenuto in maniera più evidente con dei risultati significativi: ne sono una prova film come Ladri di biciclette di De Sica o le produzioni di Pasolini. Per me erano solo intuizioni, poi ho avuto una conferma straordinaria e ora sono 22 anni che porto avanti questo progetto».

In pratica attinge dal vissuto delle persone per riportare al pubblico una realtà più autentica come succedeva nel neorealismo?
«No, c'è anche dell'altro. Noi facciamo dei lavori che si discostano da questa tendenza culturale che c'è stata. Quindi non prendere l'uomo dalla strada per raccontare la sua storia, ma per una rivisitazione dei classici o di testi impegnati, su argomenti che non sono strettamente legati alla loro vita. Del resto non abbiamo fatto spettacoli sul carcere o sulla detenzione».

Quanto durano e come sono strutturate le attività del laboratorio teatrale?
«Io lavoro in un teatro che si fa dentro una fortezza medicea tutti i giorni, mattina e pomeriggio da settembre a luglio. È impostato come un lavoro. Il punto d'arrivo finale non è il detenuto, ma il pubblico. Ad esempio lo spettacolo Hamlice (premio Ubu 2010) è il frutto di due anni di lavoro, in cui la compagnia si è riunita tutti i giorni. Durante il laboratorio non assegno le parti, non faccio un lavoro a tavolino con loro, questo avviene mediante tentativi. Sono gli attori stessi che scelgono le parti del testo che gli provocano interesse, suggestioni ed emozioni. Questo diventa la base per un punto di partenza delle idee che lentamente servono a costruire i personaggi, le parole ed infine lo spettacolo».

I detenuti attori una volta usciti dal carcere hanno la possibilità di continuare a lavorare nel mondo dello spettacolo?
«Vorremmo costituire un vero e proprio teatro stabile del carcere di Volterra - non esiste al mondo un progetto del genere -, proprio per dare la possibilità alle persone di essere assunte all'interno. Noi lavoriamo con quasi 50 persone; tra di loro ci sono alcuni che hanno deciso nella vita di fare l'attore e potrebbero farlo meglio se avessero la garanzia di poterlo fare anche fuori».

A che punto è il progetto di Teatro Stabile?
«Siamo in una fase interlocutoria. Intanto la direzione del carcere è favorevole, come anche la Provincia di Pisa. Recentemente il Comune di Volterra ha votato una mozione a favore e la Regione Toscana ci sostiene da sempre in maniera forte. Vediamo, siamo fiduciosi... Il teatro ha trasformato il carcere di Volterra, rendendolo uno degli istituti penitenziari più aperti: alla città, alle altre associazioni, alle idee».

Qual è il rapporto con i detenuti?
«Con loro non ho mai avuto problemi. Quando voglio realizzare qualcosa, penso a loro, sono 22 anni che vivo così e ancora non si è esaurita questa carica. Sono persone con cui condivido un'idea artistica, sogni, frustrazioni, momenti di difficoltà all'interno di un carcere e della vita personale».

Possiamo dire che il suo teatro potrebbe avere una funzione di riabilitazione per il detenuto?
«Non si può ridurre l'arte e il teatro ad una funzione meramente rieducativa. Penso invece che bisogna puntare soprattutto sull'aspetto artistico, non su quello politico e sociale. Abbiamo scoperto che facendo teatro è cambiato un carcere, sono cambiati i detenuti e si è creato un gruppo di agenti penitenziari che difende questa attività. Siamo noi, al di fuori del carcere, che dobbiamo dare la possibilità a queste persone, che spesso provengono da contesti culturali disagiati, di continuare tale esperienza che favorisce la trasformazione e il cambiamento. Se si fa diventare il teatro un impegno costante e un lavoro, volendo fare degli ottimi spettacoli il cui destinatario ultimo è il pubblico, si possono ottenere maggiori risultati».

Didascalie:
1 - Armando Punzo ritira il premio Ubu con alcuni attori della Compagnia della Fortezza. A sinistra Gioele Dix, presentatore della serata. Foto di Stefano Vaja
2 - Armando Punzo. Foto di Stefano Vaja
3 - Spettacolo Hamlice, saggio sulla fine di una civiltà. Foto di Maurizio Buscarino
4 - Spettacolo Hamlice, saggio sulla fine di una civiltà. Foto di Maurizio Buscarino
5 - Spettacolo Hamlice, saggio sulla fine di una civiltà. Foto di Maurizio Buscarino, tutte le altre sono di Stefano Vaja