Decennio per decennio un secolo di vita quotidiana: la tragedia della seconda guerra mondiale

Scritto da Pier Francesco Listri |    Maggio 2005    |    Pag.

Giornalista e scrittore Caporedattore per oltre un ventennio del quotidiano "La Nazione", è stato collaboratore del "Ponte" e de "L'Espresso". Profondo conoscitore della storia fiorentina e toscana, alla quale ha dedicato numerosi volumi. Ha curato a lungo i problemi della scuola, redigendo manuali e fondando le riviste "Tuttoscuola" e "Palomar". Ha diretto a Firenze l'emittente televisiva Rete A, al suo attivo ha anche una collaborazione trentennale con la RAI.

Surrogati ed orti di guerra
Di buona parte del decennio
toscano 1940-'50 si ricordano soprattutto la fame, le bombe, la fine del regime, la difficile ricostruzione. La lunga autarchia aveva messo alla prova gli stomaci italiani, ma le avvisaglie di una penuria che diventerà miseria alimentare si avvertirono alla vigilia della guerra. Seguiamo qualche tappa di queste diete forzate, prima dei fatidici bollini delle tessere alimentari.
Al posto del tè, ovviamente di importazione inglese, i negozi di Toscana cominciano a proporre il karkadè, infuso che arriva dalle nostre colonie, a dire il vero piuttosto acido e imbevibile. Poi la mannaia cade sul caffè, assai amato anche da noi. Orzo e cicoria prendono il posto dell'espresso perfino - annuncia "La Nazione" - al bar romano della Camera. Settembre del 1939: è vietata la vendita della carne per due giorni la settimana (tre giorni dal 1940), invitando a consumare pesce, peraltro assai caro. I toscani, ben noti mangiaerbe, ne soffrono ma non quanto appaiono infastiditi dall'asfissiante campagna (perfino sui libri di testo) che invita a mangiare riso, se non altro, si scrive, per simpatia con "lo sciame garrulo delle pittoresche mondine".
Quanto a dieta energetica media, la Toscana è regione appunto mediana, sta fra le 3200 calorie giornaliere dell'operaio del Nord e le 2800 di quello meridionale; possiede per tradizione una cucina assai frugale, non solo fra le classi popolari, ed infine - la mezzadria non è ancora dissolta - folte sono le famiglie contadine ed è noto che animali da cortile, farina e verdure non mancano nelle cucine rurali. Ormai Firenze, piccolo borghese, artigiana e impiegatizia, fonda pranzi e cene su pane, molta pasta, trippa e baccalà; frittate e verdure fanno il resto.

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Si stringe la cintola

Ma non di solo cibo vive l'uomo. Dieci giorni prima della dichiarazione di guerra è razionalizzato il sapone. 200 grammi al mese a persona; candeggina e cenere fanno i bucati.
A fine '40 la cintola si stringe: è vietata la confezione dei biscotti dolci, il pane è ora miscelato con farina di granoturco; di pasta se ne erogano due chili al mese a testa, che scenderanno presto a un chilo per la Toscana (nel Meridione invece 1800 grammi).
A Pasqua sono interdetti i panettoni, con l'autunno il pane è tesserato (200 grammi a testa quotidiani ma, pochi mesi dopo, solo 150). Niente più carne e burro, l'olio e lo zucchero sono una rarità, per il latte bisogna iscriversi al "registro del lattaio". Siamo ormai al razionamento e la salvezza, per chi ha soldi, è la costosa "borsa nera".
La situazione via via peggiora, le ristrettezze divengono quasi carestia, fino al culmine dei mesi dell'emergenza, quando la fame costringe a cibarsi di mele essiccate, brodo vegetale, scarsa farina di piselli secchi, pane di soia.
Le uova, preziose e clandestine, vengono conservate nella calce perché il frigorifero è ancora un optional in molte case.
Solo le campagne respirano, in città chi guadagnava mille lire al mese (considerata classe abbiente) non sa che farsene di quei fogli di carta moneta.
Ecco i taccuini degli anni di guerra a Firenze.
10 giugno 1940, ore 18: dichiarazione di guerra (discorso di Mussolini "un'ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria") ascoltata dagli altoparlanti nelle piazze; il giorno dopo primo oscuramento (spente anche le lampade nei cimiteri); il giorno di poi esercitazioni di allarme aereo: 6 suoni di sirena di 15 secondi; si rinforzano le cantine, a Fiesole si piazzano batterie contraeree.
A luglio sono ritirate le monete d'argento da cinque lire; pubblici rifugi scavati nelle piazze Gaddi, Pier Vettori, Donatello, D'Azeglio, Tasso, Santa Croce.
A ottobre, d'obbligo strisce di carta incrociate sui vetri delle finestre antispostamento d'aria.
Il 28 ottobre Hitler e Mussolini insieme a Firenze, concerto nella sala Bianca di Pitti (Mozart e Cimarosa).
1942: si incetta ferro e rame; si abbattono le cancellate in ferro; i pompieri aboliscono la sirena. Sono soppressi lo Scoppio del Carro e il Calcio in costume. Nascono gli "orti di guerra" alle Cascine ma anche in piazza San Marco e all'Orticoltura. Si coltivano carpe e trote nelle pubbliche vasche; si va ormai solo in bicicletta; arrivato l'inverno, per scaldarsi, si inventano le "palle di carta" bagnate e compresse. Al cinema, Firenze applaude "Mamma", film con Beniamino Gigli, e "La cena delle beffe", con la Calamai a seno nudo. Anche le sigarette scarseggiano.

Arte sfollata
Anno 1943: paura dei bombardamenti, si consiglia chi può di "sfollare". Firenze affronta il problema (si pensava di essere "città aperta") della salvaguardia dell'immenso patrimonio d'arte. Dapprima si adottano cumuli di sacchi di sabbia per la protezione in loco. Ingabbiati così il Perseo celliniano, la Giuditta di Donatello, il Ratto delle Sabine. Il David è incapsulato in una sorta di grande proiettile di cemento.
Poi l'ordine è di salvare altrove i capolavori: dipinti degli Uffizi vanno nel Castello di Poppi, altri al Castello di Cafaggiolo.
Si trasferiscono fuori città 2000 casse di sculture, 600 statue e 4000 dipinti. Fra le ultime opere trasferite le grandi Porte del Battistero (in una galleria ferroviaria in disuso presso Incisa Valdarno) e l'equestre Cosimo I del Giambologna che va a Poggio a Caiano.
Fra il 25 luglio e il settembre del '43 Firenze vive mesi di eccitazione e fermento: fra manifestazioni di piazza i partiti escono dalla clandestinità e nasce un comitato "interpartitico". E' sostituito il vecchio podestà Venerosi Pesciolini, e Piero Calamandrei è nominato rettore dell'Università.
L'11 settembre i tedeschi occupano militarmente Firenze. Sono i mesi della paura e della vergogna. Mario Carità, a capo dell'ufficio politico del fascismo rinato, fa di Villa Triste il luogo di tortura di incolpevoli cittadini, s'infittiscono le razzie degli ebrei (di 1900, quasi trecento non torneranno).
Il '44 segna mesi terribili fra arresti, deportazioni, bombardamenti (sette, pesanti, ne subisce la città, con 500 vittime), finché il 3 agosto, quando gli alleati sono alle porte dell'Oltrarno, scatta l'emergenza; la notte successiva saltano i ponti sull'Arno a eccezione del Ponte Vecchio; dal 4 all'11 agosto si svolge la battaglia di Firenze, cui prendon decisiva parte i partigiani della divisione Arno.
La città è finalmente liberata, e risuona nell'aria, fra le rovine, l'antica Martinella.