Il celebre cocktail nacque a Firenze quasi un secolo fa. In un libro la sua storia

Scritto da Silvia Gigli |    Marzo 2002    |    Pag.

Giornalista E' nata e vive a Firenze ma è per metà senese. Ha iniziato a frequentare il mondo del giornalismo giovanissima, collaborando con quotidiani come La Città, Paese Sera e numerosi mensili toscani. Ha lavorato al quotidiano Mattina, allegato toscano dell'Unità, fino al '99, poi al Corriere di Firenze, infine caposervizio delle pagine dell'Unità in Toscana. Scrive sull'Informatore dal 1990.

Sulle tracce del conte incontri una città che non c'è più. E ti scopri ad ammirarne i costumi, a spiare dentro quelle carrozze trainate da cavalli, ad entrare in quelle drogherie chic insieme a marchesi e principesse per annusare i profumi delle spezie che arrivavano da paesi lontani, del cioccolato e dei distillati più raffinati. E, alla fine, indaga indaga, scopri che non ne puoi più fare a meno e che di quel mondo vuoi sapere sempre di più. E' capitato esattamente così a Luca Picchi, quarant'anni, nato a Firenze da mamma livornese, oggi barman da Revoire, nel cuore pulsante del centro storico. Picchi non è un barman qualsiasi. Non solo perché ha studiato veterinaria e subisce il fascino del passato, ma perché ha saputo unire la passione per distillati e cocktail all'amore per la storia, dando alle stampe, due anni or sono, un librettino curioso - 'Sulle tracce del conte. La vera storia del cocktail Negroni' - che apre nuovi scenari su un periodo storico di Firenze ingiustamente negletto. 'Ho iniziato a scrivere perché volevo dare una veste ufficiale al mio mondo, quello dei cocktail e del bere miscelato che è regolamentato da due associazioni, la Aibes e la Iba - spiega Picchi -. Poi mi sono imbattuto nel Negroni, cocktail classico che è presente nei ricettari internazionali dagli anni '60 e che ha una storia tutta fiorentina. Volevo raccontarla e ho fatto così tante ricerche che alla fine il Negroni e il suo inventore, il conte Cammillo, sono diventati i veri protagonisti del libro'. E così Picchi ci racconta del Caffè Casoni, dove, in un giorno imprecisato fra il 1919 e il 1920 il conte Cammillo Negroni e il giovane barman Fosco Scarselli diedero vita al 'solito' (un Americano rinforzato con il gin) poi ribattezzato semplicemente Negroni, dell'amicizia fra Fosco e Cammillo, di una Firenze crogiuolo di razze e di incontri internazionali dove i caffè pullulavano ed erano luoghi di incontro per eccellenza.

'Per realizzare questo libro ho passato mesi chiuso nella Biblioteca Nazionale alla ricerca di documenti, foto, targhe - dice il barman-scrittore -. E' stato un lavoro bellissimo, ho scoperto cose di questa città che ignoravo. E adesso posso capire meglio anche tutta la polemica su Giacosa e lo sguardo di tristezza negli occhi di chi ricorda lo scomparso Leland o Doney, che i fiorentini chiamavano il caffè con le colonnine'. Vero topo di biblioteca, Picchi ha cercato ovunque documenti che gli facessero conoscere meglio il conte Cammillo e il suo affascinante passato. Non è stata impresa facile. Tanto che nel libro il conte si staglia misterioso e accattivante, poliglotta e raffinatissimo, con quel suo passato di viaggiatore in terre lontane, l'amore per il bello e la passione per i drink. Ma oggi forse il velo di mistero potrebbe squarciarsi. Picchi è pronto a continuare la sua storia. 'Voglio scrivere il seguito', confessa. L'epopea del Negroni non è finita.

Il libro
Sulle tracce del Negroni
Preparatevi a riscrivere la geografia di Firenze. A girare per le strade del suo centro storico alla ricerca di vecchie insegne e di ingressi di caffè ormai scomparsi. E' l'effetto che fa 'Sulle tracce del conte'. Sarà per quella mappa dei caffè posta alla fine del volume, sarà per i nomi esotici dei locali che hanno contribuito a fare la storia di questa città e che oggi non ci sono più, d'ora in poi non attraverserete più il ponte Santa Trinita diretti verso via Tornabuoni senza cercare di indovinare a quale altezza fossero posizionate le vetrine un po' buie del Leland, l'american bar gestito da padre e figlia che chiuse intorno agli anni '80 e che ancora scatena 'un lampo di piacere nostalgico negli occhi dei veri barfly, i mosconi da bar' come ci racconta Picchi. Lo sapevate che il primissimo Giacosa era al civico 9 di via Tornabuoni, dove ora ci sono le vetrine di Gucci? La drogheria-profumeria Casoni, invece, era nata nel 1820 e fino al 1932 rimase in attività, poi fu rilevata da Giacosa. Adesso al loro posto c'è la boutique di Roberto Cavalli. Fra quelle mura è passata la storia di Firenze capitale, il primo fascismo e forse anche un pizzico di Resistenza. Qualcuno lo ricorda ancora?

Sulle tracce del conte. La vera storia del cocktail Negroni, Luca Picchi, edizioni Plan, 11,4 euro, 77 pp. Per informazioni sul libro rivolgersi alla casa editrice: 055 6121286.

Come si prepara
Perché un cocktail diventa famoso? Luca Picchi non ha dubbi: 'Perché è facile da fare, è buono e ha un nome semplice che tutti possono pronunciare'. Con queste premesse, ci accingiamo a preparare un Negroni. Il bicchiere dovrà essere rigorosamente basso, largo e di forma cilindrica (conosciuto come 'old fashioned' o 'tumbler basso'). Si possono usare anche bicchieri di altra foggia purché bassi e larghi. Il ghiaccio dovrà essere cristallino, trasparente. Un ghiaccio opaco o vecchio e sfaldato cede molta più acqua raffreddando rispetto a quello cristallino, con conseguente allungamento del drink. Quanto ghiaccio mettere? L'erronea credenza che molto ghiaccio significhi più acqua e meno miscela deve essere sfatata. Poco ghiaccio, cioè 1 o 2 cubetti, è condizione di allungamento maggiore rispetto a 5 o 6 cubetti. Sarebbe buona norma anche ghiacciare il bicchiere, scolando poi l'acqua che si è formata dal raffreddamento del vetro. A questo punto si può cominciare versando nel bicchiere 1/3 di gin, si aggiunge 1/3 di Vermouth, si completa con 1/3 di bitter. Si gira poi con cura anche dal basso in alto, si pone la guarnizione, ovvero mezza fetta di arancia. Questa è la ricetta ufficiale della Iba (International bartenders association). Per il Negroni classico, o old style, si prevede anche l'aggiunta di uno spruzzo di seltz e di una scorza di limone insieme all'arancio. C'è poi una variante che vuole la soda al posto del seltz. Ma il vero Negroni, dicono i puristi, è quello registrato dall'Iba. Unico peccato da evitare: mettere il limone con la polpa. Ucciderebbe l'armonia del drink.