Mini guida per l'acquisto di piatti e bicchieri

Scritto da Silvia Boschero |    Febbraio 1998    |    Pag.

La tavola,
Sulla tavola
luogo attorno al quale da tempo immemorabile si consumano prelibate vivande, si decidono affari di famiglia e si concertano strategie di ogni natura, non avrebbe senso senza piatti e bicchieri, mezzi insostituibili per accedere ai suoi piaceri. Ma se in Italia esiste una consolidata tradizione culinaria che ci incorona in tutto il mondo re dei peccati di gola, non altrettanto si può dire per l'allestimento della tavola. Piatti e bicchieri vengono acquistati in maggioranza dagli italiani per fare un regalo (e soprattutto nell'ambito della sempreverde lista di nozze), mentre per l'uso personale e quotidiano si è più frettolosi, preferendo articoli funzionali, pratici e convenienti. Ma se si decide di acquistare per sé e la propria famiglia questo tipo di articoli, è bene tenere presente varie informazioni che riguardano questo universo tanto quotidiano quanto sconosciuto dal consumatore: quello delle stoviglie, sondato per noi da Stefano Davini, product manager della Coop.

Ceramica o porcellana?
I piatti di ceramica si dividono in due categorie a seconda della capacità o meno di assorbire l'acqua: quelli a supporto poroso, che tra loro si differenziano per l'utilizzo di varie percentuali di materie prime (vasellame, maiolica e terraglia, quella che comunemente viene chiamata ceramica) e quelli a supporto non poroso (gres, vitreous china, bone China e porcellana, la più elegante e costosa). I prodotti a supporto poroso sono naturalmente meno resistenti e quindi generalmente di qualità inferiore, anche se hanno una maggiore resa cromatica. La qualità e la purezza del piatto dipendono quindi anche dalle materie prime usate: infatti un supporto di porcellana, a parità di spessore con un supporto di terraglia, visto in controluce è più trasparente e pulito, con un colore bianco tendente al blu. Il piatto di terraglia si presenta invece più sporco, con piccoli puntini sparsi nell'impasto (dovuti a una cottura veloce), che sarebbero ben visibili se prima di acquistarlo lo si rompesse (cosa per altro assai poco conveniente). Anche il procedimento di cottura del piatto è fondamentale per la qualità finale del prodotto: i piatti migliori subiscono ben tre cotture, quelli di qualità media solo due.

E il piatto fu
La realizzazione di un buon piatto è lunga e complessa: si inizia con la forgiatura del supporto (che in rari casi viene fatta ancora con il vecchio metodo a stampo) e si prosegue con la cottura del biscotto, la smaltatura, la seconda cottura, il decoro (che si può effettuare con quattro diverse tecniche tra le quali campeggia la decalcomania, di cui Sesto Fiorentino detiene il primato di produzione europea) e la cottura finale. La terza cottura è importantissima, perché garantisce la qualità e la sicurezza del prodotto: infatti se viene eseguita alla massima temperatura (ovvero a 1100 °C) il decoro viene assorbito dallo smalto, non rimane in superficie, non è percepibile al tatto ed è sicuramente più duraturo. In ogni caso, le vernici usate per le decorazioni non sono mai nocive perché rispettano una normativa che esclude la presenza di piombo e cadmio, sostanze tossiche.

Prove di resistenza
Quello della resistenza del piatto è un argomento che ogni consumatore dovrebbe prendere in considerazione. Per determinare la resistenza del supporto agli urti, alle macchie, ai detersivi e agli shock termici (ovvero al passaggio repentino da temperature calde a fredde), i piatti vengono messi in autoclave. Se il piatto resiste alla prova significa che il suo processo di produzione è stato buono e il piatto viene considerato sicuro. Se invece si rompe o si creano anche delle piccole crepe, il piatto viene considerato igienicamente non sicuro, perché negli interstizi si possono nascondere acqua e sporco. In questo caso il piatto dovrebbe essere buttato via.

Porcellane cinesi
Nonostante i piatti di ceramica (terraglia) siano più economici e dai colori più brillanti e caldi, gli italiani preferiscono acquistare la porcellana, e molti si indirizzano a quella importata dalla Cina che costa meno (proporzionalmente al costo della mano d'opera) ed è ugualmente di buona qualità. Generalmente in Italia su dieci consumatori sei acquistano la porcellana, due il vetro e due la ceramica, mentre il 90 per cento della produzione nostrana di ceramica finisce all'estero, dove la domanda è più forte.

Tutto sul vetro...
Il piatto in vetro è quello che costa meno e garantisce una maggiore affidabilità: non è assorbente, non trattiene odori e sapori, si rompe difficilmente, può essere utilizzato nel forno a microonde e resiste meglio agli shock termici (al pari della porcellana). Inoltre il vetro è esternamente igienico ed è sterilizzabile. L'unico difetto riguarda il decoro, che è impossibile eseguire sotto lo smalto e quindi con il tempo è inevitabilmente soggetto all'usura. Un peccato, visto che alcuni piatti in vetro vantano superbi decori e, di conseguenza, prezzi esorbitanti.

...e sul cristallo
Il vetro dei bicchieri invece si suddivide in diverse categorie, a seconda delle materie prime usate e della tipologia di produzione. C'è il vetro in cristallo superiore (che contiene piombo al 25 per cento, è il più luminoso e trasparente ma con il tempo tende a diventare opaco a causa dell'umidità che ne consuma la superficie), il cristallo al piombo, il vetro sonoro superiore e il vetro sonoro (entrambi non contengono piombo e rappresentano il 90 per cento delle vendite), tutti differenti per aspetti estetici. La tipologia di produzione si suddivide in bicchieri a vetro soffiato, presso soffiato, pressato e temperato. In particolare il vetro temperato (quello che troviamo nei bar) è il più resistente e quando si rompe non si scheggia (evitando così che chi beve si ferisca accidentalmente), ma è meno trasparente.
Anche nella scelta dei bicchieri gli italiani preferiscono la praticità e acquistano al 75 per cento bicchieri standard, mentre i calici con il loro 25 per cento sono riservati solo alle occasioni speciali. Tra i bicchieri standard, quelli comunemente usati per l'acqua e il vino sono di gran lunga i più venduti e lasciano dietro di sé i bicchieri da cocktail, whiskey, bibite e altre amenità del tempo libero.

Tutti in lavastoviglie
Lo 'stress da lavastoviglie' è un problema che affligge qualsiasi tipo di piatto e bicchiere, mettendone a dura prova la resistenza e la durata.
Quante volte estraendo le stoviglie dalla diabolica macchina tuttofare capita di trovarle scheggiate o consunte nel loro decoro? Anche il migliore dei piatti o il più resistente dei bicchieri a lungo andare ne subisce le conseguenze, prima di tutto perché il procedimento a cui è sottoposto è chimico. Quattro sono le cause principali del deterioramento delle nostre stoviglie: l'altissima acidità dei detersivi usati, la percentuale di cloro contenuta nell'acqua, la temperatura e gli spruzzi violenti che colpiscono inesorabilmente il supporto portando via lo sporco e con esso la chimera del piatto eterno.