Storie di ghiaccio
Il passato che parla al presente. La storia che torna nei suoi luoghi scavando nella memoria. Siamo nell'alta valle del Reno (Appennino Toscano), in provincia di Pistoia, fra le frazioni di Le Piastre e Pracchia. Nomi che possono non dire molto, ma qui è l'intreccio tra uomo e natura a narrare di sé. In questa zona fino ai primi decenni del secolo scorso si produceva ghiaccio naturale.
Fra la fine del Settecento e l'inizio del Novecento, in quella che è una delle zone più fredde dell'Appennino per la completa esposizione della valle a tramontana, centinaia di uomini si spezzarono le ossa per raccogliere e trasportare la prima fonte di ricchezza della zona.

Migliaia di tonnellate di ghiaccio venivano prodotte utilizzando l'acqua del fiume, un sistema di canali e laghi artificiali e... il freddo dell'inverno. Le strutture necessarie a questo tipo di attività erano di una semplicità estrema. Attenta invece doveva essere la loro dislocazione nei punti più freddi della valle, in quanto la produttività dell'impianto dipendeva dalla temperatura dell'ambiente.
Un vero boom delle ghiacciaie naturali nell'alta valle del Reno si ebbe intorno al 1870 con l'apertura della prima linea ferroviaria transappenninica, la famosa Porrettana, fra Pistoia e Bologna.
Il fatto che proprio a Pracchia sbucasse la lunga galleria dell'Appennino pose all'improvviso l'alta valle del Reno al centro dell'asse portante delle comunicazioni nazionali. Il ghiaccio adesso poteva essere spedito velocemente e lontano: prodotto d'inverno e conservato sotto terra in larghi e profondi pozzi (le vere e proprie "ghiacciaie"), nei mesi estivi veniva mandato per ferrovia a Pistoia e Bologna, ma anche a Milano, Roma e perfino Napoli. Macellai e ospedali di mezza Italia facevano riferimento a questo polo produttivo unico nel suo genere.

Verso gli anni Venti del Novecento, a causa delle non più cristalline acque del Reno ma soprattutto per l'avanzata della tecnologia, si concluse un ciclo. L'acqua del fiume non venne più utilizzata come un fluido da conservare, ma come forza motrice di una turbina che produceva energia utile a congelare artificialmente l'acqua potabile all'interno di una "fabbrica del ghiaccio". Fu un modo per portare avanti la tradizione produttiva del luogo e sfamare alcune famiglie, ma si rivelò ben presto poco vantaggioso.
Rapidamente fabbriche simili nacquero un po' in tutte le città e la concorrenza non giovò ad un'area montana e decentrata che aveva fatto della lavorazione del ghiaccio la prima fonte di sostentamento. Fu la fine di un'epoca. Oggi ciò che rimane di questa lunga storia è la ghiacciaia della Madonnina, in località Le Piastre, fedelmente restaurata e visitabile nell'ambito di uno dei percorsi didattici dell'Ecomuseo della Montagna Pistoiese: un itinerario alla riscoperta di un passato recente che sembra lontano anni luce.

Info: tel. 0573472165; www.provincia.pistoia.it/ecomuseo



Articolo su Archeologia Viva numero di luglio/agosto 2007