Rievocazioni nelle splendide cornici di borghi medievali

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Giugno 2009    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Giudizio alla brace
Un freddo mattino del febbraio 1168 una folla giudicata di tremila persone si muove, come in una lenta e silenziosa processione, dal centro di Firenze diretta verso la Badia di Settimo, posta a sette miglia (il nome stesso lo rivela) ad ovest del capoluogo. Nell'ampio spazio che si apre davanti all'edificio sacro sta per essere celebrato uno dei riti più controversi del medioevo: la cosiddetta "ordalìa". Un rito che consisteva nel richiedere il "giudizio di Dio" in una disputa di carattere religioso.

Nel caso di Firenze si trattava di appurare se il vescovo in carica - Pietro Mezzabarba appartenente a una ricca famiglia di Pavia - avesse o meno comprato il suo alto ufficio. La maggior parte del clero fiorentino, capeggiato dal monaco Giovanni Gualberto, il fondatore del monastero di Vallombrosa, era convinto che il Mezzabarba avesse ottenuto la carica pagando la cifra di "tremila libbre" (come si era lasciato sfuggire in una conversazione il padre del vescovo). Altri prelati e anche il pontefice da Roma sostenevano invece che il Mezzabarba avesse guadagnato in maniera del tutto legale il suo ufficio.

La prova del fuoco
Per dirimere la controversia - che stava sfociando anche in aperta violenza - non rimaneva che indire una ordalìa. Ecco la ragione di quei tremila fiorentini che si recavano verso la Badia di San Giuliano a Settimo: perché era stato deciso che proprio davanti a quella già vetusta chiesa dovesse svolgersi la "prova del fuoco". Mentre il frate vallombrosano Pietro, prescelto da Giovanni Gualberto a sostenere la prova, iniziava a celebrare la messa, poco distante, si procedeva ad appiccare il fuoco a due cataste di legna poste a circa mezzo metro di distanza una dall'altra. Al Kirye eleyson, Pietro si allontana dall'altare, si toglie i paramenti sacri e indossa una tunica bianca lunga fino ai piedi.

Ecco, il momento della prova è arrivato. Nella piazza si fa un pesante silenzio, rotto solo dal crepitio delle fiamme e dalla flebile voce del frate che recita alcune giaculatorie, mentre scompare alla vista, avvolto dalle fiamme e dal fumo delle pire. Ma, oh! Miracolo! Dopo alcuni interminabili secondi, Pietro ricompare incolume all'altra estremità. La folla è in delirio. Dio ha dato il suo giudizio: il vescovo è certamente simoniaco. Pochi giorni più tardi è costretto ad allontanarsi da Firenze se non vuole rischiare la propria incolumità.

Prendendo spunto da questo fatto storico, un gruppo di giovani di Scandicci ha deciso da qualche anno, di riproporre in chiave rievocativa l'evento della prova del fuoco avvenuta quasi mille anni fa. La cerimonia, in notturna, si svolge la prima domenica del mese e ricalca a grandi linee l'originale. Unica, e non secondaria differenza: le due cataste di legna non sono più sistemate a mezzo metro una dall'altra ma hanno una distanza di tutta sicurezza per il prescelto ad attraversarle.

Info: 3391044170

Tiro al dado

È l'anno 1397. A Cortona si celebra un matrimonio che rimarrà nella storia. Lui è Francesco Casali, praticamente il proprietario della mitica cittadina nell'aretino (alcuni storici reputano che sia stata fondata da Dardano, il figlio di Zeus ed Elettra). Lei è Antonia Salimbeni nobildonna senese.

Il matrimonio, oltre a suggellare una storia d'amore, è teso a facilitare alleanze e a ratificare giochi di potere nella turbolenta Toscana del XIV secolo. Alla solenne cerimonia sono invitati i grandi dell'epoca e provengono da Firenze, da Arezzo, da Siena, da Rimini, dal lago Trasimeno... Tutti recano sfarzosi regali: collane di perle, gioielli, velluti, broccati... Anche il popolo vuole partecipare regalando dolci, polli, cacciagione, strame per i cavalli...

Nel corso dei prolungati festeggiamenti fu ripresa anche la tradizione della "Giostra dell'Archidado", un gioco che sembra risalga a prima del Mille. I quintieri in cui era divisa Cortona si sfidavano in un tiro con la balestra il cui bersaglio era formato da un dado (da cui il nome), inserito in un tondo di legno.

E tutt'oggi, ogni prima domenica di giugno (ma quest'anno, eccezionalmente, il 2 dello stesso mese), i dieci arcieri (due per ogni quintiere), si danno battaglia, preceduti e seguiti da un corteo storico, da musici e sbandieratori, nella scenografica Piazza Signorelli.

Info: 3475975210

Arriva il Barbarossa
Corre l'anno 1155. In Italia - ma non solo - serpeggiano gli aspri, e spesso cruenti, contrasti fra il re di Germania Federico I di Hohenstaufen, detto il Barbarossa, e il pontefice Adriano IV, al secolo Nicholas Breakspeare, a tuttora l'unico papa inglese della storia. I due si odiano per questioni sia religiose che laiche.

In quella lotta fra titani si inserisce il monaco Arnaldo da Brescia, a sua volta nemico di ambedue: del primo perché contrastava anche con la violenza le nascenti libertà comunali, del secondo perché simoniaco e troppo attento agli interessi terreni quali il denaro e il potere a scapito delle questioni spirituali.

Il Barbarossa vuole che sia il papa in persona a investirlo del titolo di imperatore del Sacro romano impero. Adriano IV, a denti stretti, acconsente ma a un patto: che gli venga consegnato vivo il monaco Arnaldo che gli sta rendendo insonni le sue notti. L'imperatore scende verso Roma mentre Arnaldo, in fuga da Roma, cerca di raggiungere la sua Lombardia.

L'incontro avviene a San Quirico d'Orcia. Per i soldati dell'imperatore è un gioco catturarlo e consegnarlo ai legati pontifici prontamente accorsi. Il destino del monaco è segnato: pochi giorni più tardi sarà processato a Roma, accusato di eresia, impiccato, bruciato e le ceneri disperse nel Tevere.

Questi i fatti. Riesumati da storici locali a metà del secolo scorso, servono come base per una rievocazione storica di grande suggestione. Il centro storico di San Quirico diventa così - ogni terza domenica del mese (quest'anno spostato al 27 e 28 giugno) - il palcoscenico sul quale si dà vita allo storico evento. Un corteo di oltre cento figuranti in costumi d'epoca percorre le vie dell'antico borgo e rievoca le fasi salienti di quel giorno fatale. Come contorno i giochi tipici del medioevo: gare di sbandieratori, disfide di arcieri, "armeggiamenti"...

Info: 0577899703

 

PISA
Il gioco del ponte
Il 26 giugno, nella città della torre, dopo un imponente corteo storico, si svolge la disfida sul Ponte di Mezzo: le squadre dei rioni di Tramontana e Mezzogiorno spingono una testuggine montata su un carrello scorrevole. Vince la compagine che riuscirà a ricacciare macchina e avversari dall'altra parte del ponte.
Info: www.comune.pisa.it

 


 

Per le immagini di questo articolo si ringrazia:

  • Foto di "Giudizio alla brace" e "La prova del fuoco": G.C. Comitato Igneus 1068
  • Foto di "Tiro al dado": G.C. Gruppo storico di Cortona
  • Foto di "Arriva il Barbarossa": G.C. Comune San Quirico D'Orcia

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