La storia del panno del Casentino

Scritto da Alessandra Pagliai |    Novembre 1998    |    Pag.

Stoffa di montagna
Prima di tutto ci volevano le pecore, per poter disporre della materia prima, la lana grezza. Se poi c'era un fiume vicino tanto meglio, perché la lavorazione aveva bisogno di molta acqua. Ma soprattutto l'antica arte della lana richiedeva pazienza, dote che i toscani di un tempo possedevano in abbondanza. Un mercato redditizio ma assai faticoso, fatto di orditi, trame, filati, gualchiere e tiratoi, spole e cesoie, rocche e fusi. Un mestiere dove le caratteristiche morfologiche del terreno erano e sono determinanti, così come la tempra di chi in quelle zone ci vive e ci lavora. Non c'è da meravigliarsi perciò se proprio in Casentino ha origine un tessuto grezzo e robusto come il "panno rusticale", detto anche "panno grosso del Casentino". Ricavato dalle lane delle pecore di quelle montagne, veniva adoprato soprattutto dai barrocciai, che ci coprivano i loro cavalli. Un inizio umile per un tessuto che oggi viene scelto per capi di alta moda dalle firme prestigiose.
La storia del panno del Casentino comincia nel Medioevo, tempi in cui una stoffa così resistente all'usura e alle intemperie non si era mai vista. Dopo un periodo di grande diffusione in città come Firenze, Impruneta e Prato, nel 1617 Cosimo I emana una legge che ne vieta la vendita fuori dal proprio contado, creando grossi problemi ai lanaioli casentinesi, costretti a rinunciare a qualsiasi possibilità di commercio.
Si dovrà aspettare il nuovo regolamento dell'arte della lana, voluto da Francesco III di Lorena nel 1738, per veder annullati quei vincoli. Poi l'ultima grande trasformazione, nel secolo scorso, con l'industrializzazione del settore. E' proprio in questo periodo, 150 anni fa, che in un piccolo paese dell'alto Casentino nasce una fabbrica che rivoluzionerà usi e consumi di una zona fino a quel momento dedita solo all'agricoltura. Il paese è Soci e la fabbrica è il Lanificio del Casentino, la prima a produrre il famoso panno rosso. Una colorazione nata forse per errore, che prese il posto del panno rusticale dalle sfumature tristemente bigie. Si racconta che per rendere più impermeabile il tessuto venissero usati coloranti chimici di recente scoperta. E forse fu proprio una mano inesperta a sbagliare dosaggi e a dare al panno del Casentino quel caratteristico color arancio.
Giuseppe Giusti, poeta liberale, in pieno Risorgimento ne fece il simbolo della rivolta, invitando il popolo a sventolarlo come vessillo di libertà e di riscatto. Di tempo ne è passato da allora e oggi il panno è disponibile sul mercato in qualsiasi colore. Dice Simonello Marchesini, presidente del gruppo Lanificio del Casentino: "Il nostro è un ottimo tessuto di pura lana, che sempre più spesso troviamo nelle boutique. Ci teniamo ad averlo in catalogo, anche se non è più molto richiesto".
Insomma, quello del Casentino è un esempio di come a volte la moda possa essere legata in maniera forte alla tradizione, sebbene la produzione dell'antico tessuto sia assai minore rispetto a quella di angora, cammello, cachemire e lana vergine. Soci, comunque, ha un campionario di stoffe da cui attingono i più grandi stilisti italiani: Versace, Armani, Dolce e Gabbana. Firme che vogliono i tessuti migliori per le loro collezioni cercandole, perché no, anche nel passato.