In Italia 600.000 malati, 47 milioni le persone colpite nel mondo

Scritto da Bruno Santini |    Luglio-Agosto 2017    |    Pag. 7

Attore e giornalista. Attore teatrale (con esperienze al fianco di S. Randone, E. M. Salerno, A. Asti...), cinematografico (in film di Pieraccioni, Monicelli, Panariello, Vanzina...) e televisivo (in fiction come 'La squadra', 'Carabinieri 2", "Vivere", "Questa casa non è un albergo"...). Giornalista dal 1990, è anche speaker ed autore radiofonico. E' il conduttore del programma televisivo "InformaCoop".

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Una malattia che colpisce nel mondo 47 milioni di persone, 600.000 solo nel nostro Paese: per fare il punto sull’Alzheimer abbiamo incontrato due eccellenze nel campo della ricerca scientifica, il professor Fabrizio Chiti e la professoressa Giuseppina Tesco. L’occasione è stata offerta dal seminario organizzato dall’Airalzh, Associazione italiana ricerca sull’Alzheimer, ospitato dal Dipartimento di scienze biomediche sperimentali e cliniche “Mario Serio” di Firenze. Con l’Airalzh Coop ha avviato un rapporto di collaborazione che ha permesso di finanziare, a livello nazionale, una rete di giovani ricercatori.


Alla professoressa Tesco, da 20 anni negli Stati Uniti, chiediamo: quali sono i primi segnali dell’insorgere della malattia?

«La malattia, che rappresenta la forma più comune di demenza, si presenta ad esempio con la perdita di memoria per fatti recenti, la difficoltà di trovare la parola giusta per identificare un oggetto, problemi a riconoscere la strada di casa. Inizialmente le persone riescono a sviluppare delle strategie per fare una vita normale poi, con il progresso della malattia, chiaramente, diventano sempre più dipendenti dagli altri perché non sono in grado di prendersi cura di sé».


È importante riconoscere i primi sintomi e quanto si può sperare nella prevenzione?

«Purtroppo persino nella fase clinica che anticipa la malattia di Alzheimer - spiega Chiti - si ha già un quadro neurodegenerativo compromesso. Al momento le strade più promettenti sono quelle della prevenzione e della diagnosi precoce, settori su cui si sta investendo molto anche nella ricerca. Il trattamento farmacologico quando la malattia non è ancora manifesta ha molte più possibilità di essere curativo ed è di fondamentale importanza riuscire a diagnosticare la futura manifestazione della malattia quando ancora il paziente non dà sintomi».


A proposito di prevenzione: che aiuto possono dare dei corretti stili di vita?

«È davvero importante avere uno stile di vita congruo - afferma Chiti -. Per esempio il consumo di frutta e verdura, che è di aiuto per tante patologie, lo è anche per l’Alzheimer. Poi, come si suol dire, mens sana in corpore sano: è consigliato l’esercizio fisico… così come l’esercizio mentale. Fa bene infatti tenere il cervello sempre allenato: studiare o anche fare piccoli esercizi enigmistici. Infine è opportuno tenere sotto controllo tutti i parametri del sangue».


Quali i rimedi medici e quanto giovano a un paziente affetto da Alzheimer?

«Purtroppo oggi ci sono solo farmaci sintomatici - conclude il professor Chiti - che non sono in realtà risolutivi, nel senso che non riescono a fermare il decorso naturale della malattia, né tanto meno a farlo regredire fino ad una completa guarigione. E anche gli stili di vita che possono, come abbiamo detto, diminuire il rischio di sviluppare la malattia, sono del tutto inefficaci di fronte ad una manifestazione conclamata della malattia stessa. Un semplice esempio: se da una parte il consumo di alimenti ricchi di Omega-3, quali il pesce azzurro, sono un toccasana per diminuire il rischio di sviluppare la malattia, è del tutto inutile che i familiari ne diano al paziente nella speranza di migliorarne la condizione».


Quali progressi si possono ipotizzare per quanto riguarda la cura dell’Alzheimer?

«La ricerca sta facendo progressi nello sviluppo di nuovi trattamenti - risponde la professoressa Tesco - e almeno negli Usa c’è un enorme investimento sia pubblico che privato per trovare una cura entro il 2025, quando si presume che i malati di Alzheimer potrebbero arrivare ad essere, solamente negli Stati Uniti, circa 15 milioni».


Come riconoscere la malattia da un normale processo d’invecchiamento con piccoli deficit di memoria?

«Piccole dimenticanze sono normali soprattutto col passare dell’età. Non si deve drammatizzare se uno si dimentica qualcosa. La differenza fondamentale è che mentre le persone con una normale capacità cognitiva si preoccupano di questo, il malato di Alzheimer non si rende conto di dimenticare!».


Gli intervistati

Giuseppina Tesco

professore associato, Laboratorio di ricerca sull’Alzheimer, Tufts University of medicine di Boston


Fabrizio Chiti

professore ordinario di biochimica dell'Università di Firenze


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