Imparare dalla natura per vivere meglio. I consigli di Gianfranco Bologna del Wwf

Scritto da Cecilia Morandi |    Maggio 2018    |    Pag. 11

Da bambina voleva fare la giornalista, dopo la laurea in lettere a indirizzo storico, il sogno si avvera.

Giornalista professionista, spazia dalla televisione alla carta stampata, dalla produzione di documentari alla cura editoriale.

Collabora con emittenti locali (Rtv38) e nazionali (Tmc2-Videomusic, Raiuno, La7), occupandosi per programmi televisivi di argomenti vari, dall'attualità alla moda, dai viaggi all'alimentazione.

Docente a contratto dell'Università di Firenze, dall'anno accademico 2012-13 insegna agli studenti del Laboratorio di televisione e media digitali del corso di laurea magistrale in Teorie della comunicazione.

Isola di Henderson, Arcipelago delle Pitcairn

Isola di Henderson, Arcipelago delle Pitcairn

Ambiente

«La terra non è in pericolo, è in pericolo l’umanità», parole di Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf e membro del Club di Roma, associazione non governativa e non-profit, composta da scienziati, economisti, uomini d'affari e attivisti dei diritti civili. Più che un grido d’allarme è un invito a riflettere sul periodo nel quale stiamo vivendo e che il premio Nobel per la chimica Paul Krutzen e il biologo Eugene Stoermer hanno definito “antropocene”, perché l’intervento umano sta condizionando la natura in maniera sostanziale. «La situazione di stabilità dinamica, che si è creata nell’Olocene (l’epoca geologica più recente) e che ha permesso di sviluppare la civiltà umana, sta ora cambiando proprio a causa dell’uomo. I dati scientifici ci mostrano un quadro dove la pervasività dell’intervento umano nei confronti dei sistemi naturali, che sono la base del nostro benessere e senza i quali noi non riusciremmo neanche a vivere, è oggi a un livello tale che ci stiamo avvicinando a passi da gigante verso il collasso».

Quando potrebbe accadere?

«Non riusciamo a quantificare quando succederà, ma se continueremo di questo passo prima o poi accadrà. Se non avremo acqua, non avremo cibo, perché non avremo una terra in grado di produrlo».

Cosa dobbiamo fare per invertire questo processo?

«Oggi dovremmo seguire un principio di precauzione nel modo in cui ci muoviamo nei confronti dei sistemi naturali. Essere nell’antropocene vuol dire riconoscere che per la prima volta della vita sulla Terra una singola specie è capace di modificare l’evoluzione: noi stiamo sacrificando opzioni evolutive per una marea di forme di vita, molte delle quali abbiamo fatto estinguere, senza sapere neppure se in qualche modo ci sarebbero potute essere utili. Chiunque guardandoci dall’esterno direbbe che siamo una manica di pazzi, perché stiamo distruggendo un patrimonio ricchissimo senza rendercene conto».

Alcuni studiosi suggeriscono di imitare la natura anche in economia. Come?

«Stiamo conoscendo sempre meglio i meccanismi della natura e ci rendiamo conto che si sviluppano su processi circolari: se anche vengono prodotti degli scarti, questi sono sempre riutilizzati da qualche altra forma di vita. Quindi praticamente in natura non abbiamo inquinamento, non abbiamo rifiuti. L’uomo invece ha strutturato il sistema economico privilegiando un processo lineare: prendo qualcosa, lo utilizzo nella filiera produttiva, ne faccio un prodotto che mi serve fino ad un certo momento, poi lo butto. In natura il verbo buttare via non esiste: se getto qualcosa e non lo riutilizzo, né lo rigenero, questo qualcosa prima o poi ritorna».

Ad esempio?

«È quello che sta accadendo con la plastica: adesso la produzione è arrivata a 300 milioni di tonnellate l’anno, soltanto quindici anni fa era di 15 milioni di tonnellate. Abbiamo una stima di 7 miliardi di tonnellate di plastiche buttate nell’ambiente naturale che non sono state mai riciclate, neanche utilizzate per incenerimenti, e infatti la plastica è ovunque. Tutti abbiamo sentito parlare delle isole di spazzatura nell’oceano Pacifico, ma nel Mediterraneo i dati di concentrazione delle plastiche sono addirittura superiori».

Rifiuti che poi il mare ci restituisce, portandoli sulle spiagge.

«Nell’arcipelago delle Pitcairn britanniche, famose per l’ammutinamento del Bounty, nell’oceano Pacifico orientale, lontanissime sia dalle coste del Cile sia della Nuova Zelanda, c’è un’isola disabitata, l’isola di Henderson, sulla quale sono state calcolate addirittura 17 tonnellate di plastica. Non c’è un uomo nel raggio di 5000 km, ma la plastica sì. E pensare che l’isola di Henderson è stata dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità, perché vi nidificano tante specie di uccelli a rischio estinzione. E lo fanno tra i rifiuti».

L’intervistato

Gianfranco Bologna, Direttore scientifico WWF e Club di Roma

www.wwf.it

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