Figurinista per hobby. Corsi per la sezione soci

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Febbraio 2015    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

L’importante è cogliere l’attimo; fermare il momento saliente di un evento: l’illustratore lo ricrea sulla carta, il pittore sulla tela, lo scultore nel marmo, il figurinista lo fa plasmando lo stucco. Ma come si diventa “soldatinai”? Lo chiediamo a Filippo Serafini, geometra di formazione, poliziotto di professione e creatore di figurine per hobby. Ma un hobby vissuto con tale intensità che, lui stesso lo ammette, gli porta via una grande, ma grande, fetta del suo tempo libero.

«Sui quindici anni ho cominciato a usare le tinte e i pennelli di mio padre, pittore dilettante. Dalla pittura il mio interesse si è poi spostato verso la creazione di figurine in plastica. E questa attività, nata come un semplice passatempo, si è tanto sviluppata, negli ultimi vent’anni, da lasciarmi poco spazio per altri interessi».

Ma come nasce, in concreto, una figurina?

«Tutto parte da un’idea. Io mi sono appassionato alla storia degli eserciti e dei soldati di tutte le epoche e di tutto il mondo. Ed è per questo che preferisco essere definito “soldatinaio” piuttosto che con il più generico “figurinista”. Prendo spunto da un evento storico, meglio se illustrato da un quadro, una fotografia, un disegno, e da qui comincio il mio lavoro.

Una volta stabilite le dimensioni dei personaggi – in genere hanno un’altezza di pochi centimetri - inizio creando l’intelaiatura del corpo umano con dei malleabili fili di rame ai quali applico dei pezzi standard come i piedi, il bacino, la testa. A questo punto incomincia il vero e proprio lavoro creativo: con uno speciale stucco bicomponente compongo il resto del corpo e gli do la posizione voluta. Tutto questo deve essere eseguito con una certa celerità, perché lo stucco ti dà sessanta minuti di tempo; poi indurisce e non lo puoi più plasmare».

Un lavoro che richiede molta attenzione e perizia se si vuol rimanere fedeli all’originale.

«Certo. Ma quel che conta soprattutto è l’esperienza, dal momento che non esistono libri o trattati teorici che possano insegnare questa attività. Piuttosto occorre una profonda conoscenza del corpo umano. Perché se un braccio è piegato in una certa posizione devi sapere quali sono i muscoli che gli permettono di compiere quel movimento. E devi essere ben consapevole di come si comportano i muscoli facciali se vuoi dare al tuo personaggio un’espressione di dolore oppure di trionfo, di gioia invece che di tristezza».

Poi ci sono le uniformi.

«E qui entra in gioco la letteratura specifica. Per fortuna sono un numero sterminato i volumi che illustrano le divise, le fogge, i vari modi di indossare abiti da combattimento; dalle corazze dei romani alle armature medievali  alle meno protettive ma più pratiche uniformi di stoffa».

Infine, immagino, c’è l’importante lavoro di rifinitura.

«Sì, e per compierlo c’è un solo attrezzo davvero indispensabile: uno stuzzicadenti di legno. Con la sua punta, acuta ma non troppo invadente, e con un

pennellino imbevuto di alcol si compiono i panneggi, le pieghe delle uniformi, tutti quei piccoli particolari che rendono realistico il personaggio e verosimile lo scenario. Il tocco finale è dato dai colori. In genere si usano tinte acriliche oppure a olio».

Per concludere, è corretto considerare i suoi lavori come delle sculture alla rovescia?

«Infatti, è proprio così. Lo scultore toglie materia dal blocco che sta usando mentre nel mio caso devo aggiungere qualcosa. Ma il risultato è lo stesso. Anche le mie possono essere considerate vere e proprie sculture».

L’abilità di Filippo Serafini è ormai nota fra i cittadini di Pistoia, città dove vive. La sezione locale dei soci Coop sta organizzando una serie di corsi attraverso i quali gli studenti potranno fare tesoro dell’esperienza e della manualità del bravo “soldatinaio”.

L’intervistato: Filippo Serafini, figurinista