Vizi e difetti stereotipati per l’attore americano nei panni di don Salvatore

Scritto da Pippo Russo |    Giugno 2017    |    Pag. 40

Pippo Russo (Agrigento, 1965) insegna sociologia presso l'Università di Firenze e è giornalista e scrittore. Collabora con La Repubblica, Panorama e il sito di critica Satisfiction. Ha scritto diversi saggi e romanzi.

L'attore Andy Garcia

L'attore Andy Garcia

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Lo chiamano Don Salvatore. È entrato nelle nostre case da qualche mese attraverso la campagna pubblicitaria inaugurata dall’Averna. Che è un marchio consolidato così come consolidata a livello mondiale è la presenza del suo amaro, diventato ormai un prodotto storico del made in Italy. E per celebrare degnamente questo suo status di marchio globale, Averna ha voluto regalarsi ciò che altri grandi marchi italiani si sono concessi negli anni recenti: una campagna pubblicitaria seriale, con un divo hollywoodiano come protagonista. Una formula sempre più frequente e collaudata, a proposito della quale si possono fare diversi esempi: da Bruce Willis e Patrick Dempsey, che si sono alternati nei recenti spot di Vodafone (se n’è parlato in un articolo di questa rubrica), a Owen Wilson, diventato il biondo fisso del Crodino, passando per il povero Antonio Banderas che pare ormai condannato all’ergastolo fra le mura del Mulino Bianco.

Dal canto suo, la casa siciliana ha scelto Andy Garcia e gli ha ritagliato intorno la figura di Don Salvatore. Uno di quei tipi che paiono sempre saperla lunga, pronti a dispensare perle di saggezza o a dimostrare d’essere uomini di mondo. Elegante all’eccesso (ascot al collo e pochette), delicatamente tenebroso in virtù di quella barba curatissima, sorridente, e l’aria rilassata di chi avrà messo insieme sì e no tre quarti d’ora di lavoro durante una vita intera, Don Salvatore è una persona che ha ascendente su chiunque dialoghi con lui. E sul fatto che sia siciliano vengono pochi dubbi, dato che tutti i suoi interlocutori parlano con quella cadenza sicula di maniera che potrete udire solo nei film o leggere nei romanzi di Andrea Camilleri. Autentica come una moneta da tre euro. Quest’uomo è sempre lì dove vi sia un consiglio da offrire. Un padre litiga al telefono col figlio, e poi si lamenta col nostro flaneur perché dice che il rampollo “è una testa calda”? Nulla di cui preoccuparsi, dice Don Salvatore. Che anzi invita il padre a non giudicare il figlio, perché dalle scelte che il secondo sta compiendo verrà fuori “il meglio di lui”. Consiglio strampalato come pochi. E se dalle scelte di questa “testa calda” venisse fuori pure qualche annetto di galera, sarebbe davvero “il meglio di lui”? Va’ a sapere. Don Salvatore viene poi catturato in una scena che lo vede stoppare un ragazzo proteso all’inseguimento della fidanzata stizzita. E a quello impartisce una lezione di vita: “Mai dire tutto, meglio mantenere per sé qualche segreto”. Ma anche la fidanzata di lui potrebbe averne, se è per questo. E infine, ecco l’apice. Lui che, senza vederla perché le dà le spalle, riconosce dall’odore l’ingresso di Agata nella sala ristorante. Che, detto così, potrebbe anche suonare poco piacevole: avrà mica ascelle che stendono le zanzare, Agata? Ma va bene tutto, anche perché Don Salvatore dice le cose con le migliori intenzioni e lo fa usando uno charme che lo rende simpatico.

Piuttosto è su altro che bisogna interrogarsi. Sulla credibilità di quel personaggio come tipo siciliano, per esempio. Ai non isolani potrà sembrare un siciliano vero, e magari li aiuterà a rafforzare l’immagine stereotipata della Sicilia e di chi la popola. Per chi invece in Sicilia ci è nato, vedere identificato quel personaggio come siciliano suscita un solo perentorio interrogativo: “Ma ùnni?”.


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