La chiesa di San Piero a Grado

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Aprile 1999    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Senza facciata
Si tratta in ogni caso di una chiesa eccezionale, non tanto e non solo per i suoi valori artistici, quanto per la ricchezza di eventi - storici e leggendari - che punteggiano la sua bimillenaria esistenza. Ma quello che la rende quasi unica nel panorama architettonico italiano e forse europeo è il particolare di non avere... una facciata. La guardi da un lato e vedi che la chiesa si conclude con le tre absidi tipiche degli edifici religiosi di stile romanico. Allora ti sposti sul lato opposto, certo di vedere una bella facciata salire al cielo, magari con i classici tre portali per entrare e uscire. Invece niente. Anche su questo lato il tempio termina con una - e sola - grande abside. La chiesa in questione è una basilica, è dedicata a San Piero a Grado, si innalza a pochi chilometri dal centro di Pisa e certamente non è conosciuta e visitata per quanto meriterebbe.
A questo punto viene spontaneo domandarsi: ma perché gli architetti duecenteschi scelsero per l'appunto la soluzione delle absidi contrapposte? Si tratta di una domanda alla quale finora nessuno è riuscito a dare una risposta convincente e documentata. I maggiori storici dell'arte si sono arrovellati intorno a questo enigma con risultati scarsi. Piero Sampaolesi ha vagamente accennato a improbabili modelli germanici. Il Salmi invece ha liquidato il problema, sostenendo che quell'unica abside sul lato occidentale sia stata il frutto di un'affrettata conclusione dei lavori. Francamente si tratta di due ipotesi difficilmente sostenibili. Ma gli aspetti straordinari non si esauriscono qui, e per approfondire la conoscenza di questo singolare edificio bisogna affidarci alla leggenda. Dunque, si dice che Pietro, il principe degli apostoli, durante il suo viaggio via mare dalla Palestina a Roma, sia stato colto da una terribile tempesta che lo dirottò su un lembo di terra che affiorava dalle acque formate dal vasto delta dell'Arno che, duemila anni fa, sboccava in mare insieme con un ramo del Serchio (prima della sua deviazione avvenuta, secondo la tradizione, per merito di San Frediano). Appena messo piede sulla terraferma, Pietro avrebbe allestito una breve cerimonia di ringraziamento. Ebbene, in quel preciso punto sarebbe sorta una cappellina e poi, per lente evoluzioni nel corso dei secoli, quella imponente basilica che possiamo ammirare anche oggi.
Una leggenda, si è detto. Ma con un fondo di verità, perché chiunque visiti l'interno della basilica (anche se non esiste una facciata si può accedere attraverso una minuscola porticina sul fianco settentrionale) noterà ad un certo punto della navata centrale una loggetta cinquecentesca, al centro della quale si conserva una mezza colonna di granito datata con certezza ad epoca romana. Ecco, proprio lì, nell'anno 43 o 44, Pietro avrebbe gettato il primo seme del cristianesimo al di fuori della Terrasanta.
Un altro aspetto particolare (fra i tanti) è costituito dal fatto che una parte del ciclo degli affreschi alle pareti della navata centrale costituisce la più completa serie di ritratti di pontefici tuttora esistente, dopo la perdita di quelli di San Pietro in Vaticano e di San Paolo in Roma. Affreschi che vengono unanimemente attribuiti a Deodato Orlandi, un pittore lucchese degli inizi del XIV secolo, discepolo di Bonaventura Berlinghieri.
Veniamo, per finire, al campanile. Quel che oggi resta è il basamento quadrato non più alto di sei metri. Però antiche stampe - e relativamente recenti fotografie - mostrano un massiccio ma slanciato campanile duecentesco a quattro piani. Purtroppo nel corso dell'ultima guerra mondiale venne minato e fatto saltare dalle truppe tedesche in ritirata. Quello che attualmente si vede è solo un tentativo di ricostruzione iniziato in anni recenti e mai continuato.