Intervista ad Alessandra Pazzaglia, logopedista. Quando e come intervenire. Fondamentale il ruolo della scuola

Scritto da Bruno Santini |    Marzo 2005    |    Pag.

Attore e giornalista. Attore teatrale (con esperienze al fianco di S. Randone, E. M. Salerno, A. Asti...), cinematografico (in film di Pieraccioni, Monicelli, Panariello, Vanzina...) e televisivo (in fiction come 'La squadra', 'Carabinieri 2", "Vivere", "Questa casa non è un albergo"...). Giornalista dal 1990, è anche speaker ed autore radiofonico. E' il conduttore del programma televisivo "InformaCoop".

- Avanti seguitemi - e facendo due starnuti Zutaz si infilò nel buco dell'albero, seguito dai cinque temerari in fila indiana.

Comincia così l'affascinante avventura vissuta da un gruppo di amici (ridotti alle dimensioni di formiche) al termine della quale impareranno, grazie a reciproci magici scambi di caratteristiche fisiche e psicologiche, a conoscersi meglio... Ed è proprio grazie a questo viaggio che finalmente comprenderanno il problema che attanaglia un loro compagno dislessico.
Chi non ha certo bisogno di questo libro ("Il mago delle formiche - la dislessia a scuola: tutti uguali, tutti diversi", ed. Libriliberi, € 6,00) è la dottoressa Alessandra Pazzaglia, da venticinque anni logopedista e quindi quotidianamente avvezza a quella che comunemente viene definita "terapia della voce e del linguaggio", resa necessaria per risolvere casi (nei bambini e negli adulti) in cui è necessario risalire ad un cattivo funzionamento delle corde vocali (per il quale, questa, non esce più limpida e pulita come dovrebbe) e del linguaggio (verbale e scritto).
Se manca la parola
Le patologie per cui ci si rivolge al logopedista sono tantissime e solitamente si ricorre al suo intervento su consiglio del pediatra ma spesso anche dell'otorinolaringoiatra, dell'ortodonzista e del neuropsichiatra infantile.
«Ovvio - ci spiega la dottoressa Pazzaglia - che il nostro sostegno è collocato laddove non sussiste un problema di strutture ma casomai funzionale: impostazione sbagliata dei muscoli della bocca, della lingua o dei denti, per cui i fonemi non escono come dovrebbero uscire se si parla di dislalie».

Come fa un genitore ad accorgersi che il proprio figlio è affetto da uno di questi problemi?
«Osservando, vigilando... Se il genitore si rende conto che il figlio a due anni (cifra indicativa perché ogni bambino ha i suoi tempi) non dice né "mamma" né "babbo" oppure, ancora prima (intorno ai dieci mesi) non ha messo in atto la fase della lallazione (in cui il piccolo comunica cercando di imitare i suoni che sente), deve rivolgersi al pediatra.
Quando poi questi problemi sfociano in un ritardo di linguaggio (patologia meno grave rispetto alla sordità o all'insufficienza mentale) nel tempo ci possono essere conseguenza come: difficoltà di pronunciare determinati fonemi oppure un lessico astratto molto povero.
Non devo aspettare che sia la maestra a farmi notare questo stato di cose... però, purtroppo, è proprio questo che il più delle volte avviene. Ed è un male, perché se il bambino frequenta le lezioni con diversi fonemi non pronunciati (o pronunciati male) spesso trasferirà tutto ciò nel linguaggio scritto».

Fondamentale è la scuola nel segnalare casi di dislessia (disturbo settoriale della lettura che di solito si accompagna a difficoltà nella scrittura e nei processi di letto-scrittura del numero e del calcolo).
«E' vero - ribadisce la dottoressa Pazzaglia, - anche se ci sono segnali prima della frequentazione scolastica che però difficilmente la famiglia è in grado di raccogliere. Ecco allora che diventano preziosissime le intuizioni delle insegnanti della scuola dell'infanzia, ovviamente se sono preparate in tal senso.
C'è una forma di sintomatologia che può venir fuori già di fronte al foglio bianco da disegno (uno spazio che non offre punti di riferimento) e non è raro sentire genitori o insegnanti esprimersi, in riferimento ad un bambino dislessico, con frasi tipo "non vuole mai disegnare". Anche questo è un campanello d'allarme da sottoporre ad un pediatra, o meglio ad un neuropsichiatra infantile.
Fortunatamente negli ultimi anni sulla dislessia c'è stata una sensibilizzazione diversa: quando andavo a scuola io se non sapevi leggere eri un "capoccione" e questo ti bollava quasi come marchio infamante. L'importante è essere subito pronti a raccogliere le segnalazioni che arrivano dal personale scolastico e rivolgersi prontamente al pediatra».

A volte la famiglia confonde la patologia e la trasforma in un vezzo.
«Non è raro. Il genitore da una parte non vuole rendersi conto di determinate cose, dall'altra gli piace il cucciolo da coccolare. Vengono da noi dicendo: mio figlio parla da bambino molto piccolino ma a noi così piace tanto...
Invece noi dobbiamo fare in modo che un bambino affronti lo studio con tutti gli strumenti idonei. Non a caso io do come limite d'intervento i quattro/cinque anni, sempre che si tratti di una semplice dislalia, in modo che il logopedista abbia un anno per permettere al piccolo paziente di cominciare il cammino scolastico ormai "pulito". Per disturbi più gravi, naturalmente, come il ritardo di linguaggio, l'intervento logopedico deve avvenire molto prima».

I genitori a casa sono esclusi dal trattamento al quale lei sottopone il figlio?
«Ci mancherebbe altro - è la convinta asserzione della dottoressa Pazzaglia -. La soluzione dei problemi avviene di pari passo con la collaborazione della famiglia. Anche ammesso che io riesca ad incontrare un bambino tre volte la settimana per un'ora (cosa difficilissima, perché la maggior parte sta a scuola fino alle 16,30, poi vanno a dottrina, danza, calcio, chitarra...) se tutto questo non viene messo in pratica nella restante parte del giorno perde di efficacia.
Fondamentali sono anche i compagni di giochi: infatti finché per un bambino il proprio mondo è la sola casa, i fratelli, i nonni, lui avrà una stimolazione limitata. La scuola dell'infanzia in questo ci è preziosissima alleata; io per esempio, per molte patologie, non prendo in terapia un bambino se non sono passati almeno sei mesi dal suo inserimento scolastico. Molti sono infatti i casi che si risolvono da soli nel primo anno di frequentazione, e la ragione è semplice: un genitore, un adulto viene incontro al bambino sforzandosi di capirlo; un coetaneo non lo fa e lo estranea dal gioco. Questo quindi è lo stimolo più grosso: riuscire a comunicare con i compagni, gli amici».

In conclusione, cosa possiamo consigliare ai genitori?
«Se un bambino viene poco stimolato, viene tenuto molto alla televisione, non ha uno scambio verbale con gli altri, è chiaro che sarà più soggetto a patologie che riguardano il linguaggio. Senza drammatizzare, però insospettiamoci quando si manifesta una sintomatologia ripetitiva.
Se il bambino è fioco, mi dice contemporaneamente che ha mal di gola ed il pediatra dopo averlo visitato gli somministra degli antibiotici, sappiamo che si tratta di comune malattia; se lo stesso bambino puntualmente è fioco quattro giorni su sette e la sera è stanco (altra sintomatologia tipica quando ci sono problemi alle corde vocali) io mi devo insospettire.
A scuola - conclude la logoterapista - se i compiti sono pieni di errori (perché la dislessia è spesso legata alla disortografia) e questo avviene in prima elementare, è un conto, ma se la pagina scritta, in terza, appare come un cimitero io devo rilevarlo... E nel 2005 non posso ancora dire: questo è un "capoccione"!».