Come nascono e muoiono le parole. Dal linguaggio sessantottino ai modi di dire nell'era degli sms

Scritto da Pier Francesco Listri |    Ottobre 2004    |    Pag.

Giornalista e scrittore Caporedattore per oltre un ventennio del quotidiano "La Nazione", è stato collaboratore del "Ponte" e de "L'Espresso". Profondo conoscitore della storia fiorentina e toscana, alla quale ha dedicato numerosi volumi. Ha curato a lungo i problemi della scuola, redigendo manuali e fondando le riviste "Tuttoscuola" e "Palomar". Ha diretto a Firenze l'emittente televisiva Rete A, al suo attivo ha anche una collaborazione trentennale con la RAI.

Come i capelli di una bella donna la lingua cresce di parole, alcune muoiono, altre nascono. Un preciso studio ci dice che negli anni Novanta sono comparse in italiano ben cinquemila parole nuove (raccolte in un bel volume dal linguista Giancarlo Oli), a riprova che la lingua è un cantiere aperto, una fucina che registra i mutamenti della società e indica nuovi modi d'essere e di esprimersi.
Parole nuove, ma anche locuzioni, gerghi, modi di dire. A riprova di quanto sia ricca una lingua, non solo in Italia, vale la pena ricordare che il linguista tedesco Edgar Radtke ha pubblicato un libro dove ha raccolto ben seicento parole e modi di dire che indicano la figura della prostituta.

Ma come nascono, e da dove vengono, le parole nuove? I linguisti registrano questo ordine decrescente: dallo sport, poi dalla politica, quindi dalla televisione, infine dalla moda.
Gli italiani sono un popolo un pò particolare. Per esempio, tra le cinquemila parole nuove si registra l'uso del prefisso 'auto-' in ben ottanta locuzioni, spesso in luogo del più corretto e semplice uso del verbo riflessivo: 'autocompiacimento', 'autogratificante', 'autoaccusarsi'.
Siamo anche ricchi di eufemismi, cioè parole dal tono positivo che in realtà indicano situazioni negative: valga per tutti - molto usato oggi - 'esuberi' per 'licenziamenti'. Si coniano anche parole del tutto nuove, come ad esempio 'portatore di handicap' (sostituito negli ultimi tempi da 'diversamente abile'), 'nazionalpopolare', 'villaggio elettronico'.

Fenomeni nuovi suscitano locuzioni nuove, come per esempio 'informazione di garanzia'.
Vi è anche un uso-abuso del linguaggio figurato, cosicchè si spendono volentieri locuzioni come 'anni luce' o come 'in sedicesimo'.
Persino i titoli dei film danno qualche contributo linguistico: nel parlar quotidiano è entrato per esempio 'I soliti ignoti'.
La titolazione dei giornali (oggi costretta ad estreme sintesi per ragioni di computer) propone ellissi arditissime, quali 'incubo frane' o 'allarme golpe'.

Gli sgoccioli del Duemila hanno visto, accanto al sorgere di cosl tante nuove parole, anche l'accamparsi di nuovi significati conferiti a parole tradizionali, che i linguisti chiamano 'uso improprio'.
E' il caso della parola 'ottica', usata ormai nel significato di 'punto di vista', o della parola 'prospettiva' usata in luogo di 'scenario del futuro'.
Anche la parola 'filosofia', nobilissima disciplina studiata sui banchi del liceo, ormai è divenuta una parola passe-partout: si parla dunque della 'filosofia di Marcello Lippi' a proposito di una tattica calcistica, o di 'filosofia culinaria' applicata all'uso di una padella.

Una lingua che produce e forgia molte parole nuove è la lingua viva di una società viva, ricca di contatti e novità.
Di per si dunque il fenomeno è auspicabile; meno nobile è che talora si inventino parole o locuzioni stupide o improprie o che si distorca il significato primo di un'antica parola.
A conforto di chi ama una buona lingua, parlata e scritta, sta il fatto che la società, come crea parole nuove, così poi rapidamente le distrugge. Ciò è caratteristico dei gerghi giovanili, spesso fantasiosi, che hanno la durata di una moda di stagione.
Ed è anche il caso di un certo 'politichese', anch'esso legato ai sussulti dell'ideologia. Cosl per esempio l'impronunciabile 'portare avanti un discorso', figlio dei cascami del Sessantotto, è, se Dio vuole, ormai solo un ricordo.

In tema di parole nuove, un altro capitolo interessante sarebbe appunto quello dei gerghi giovanili, fantasiosi e ironici, che di recente hanno adottato il gusto dell'abbreviazione.
Cosl se già i nostri padri dicevano 'bici' invece di 'bicicletta', e da tempo la parola 'cinematografo' era stata tagliata a fettine - prima 'cinema' e poi 'cine' - ora i giovani hanno deciso che si pur scrivere 'per' col simbolo matematico 'x', mentre la detestata 'matematica' viene detta 'mate' e il migliore dei professori viene ironicamente ridotto a 'il prof' o 'la prof': necessità questa suggerita da ragioni monetarie o di spazio, quali quelle dei 'messaggini telefonici'.
Il telefonino infatti ha incoraggiato nuovi gerghi che (anche a scuola) sparano termini come: 'dragare' (per andare in cerca di ragazze), 'cubo' (televisore), 'asciugare' (annoiare o stancare), 'roito' e 'cofana' (ragazzino/a poco attraente). Ma questo è un altro discorso.