Ogni anno sacrificati milioni di animali da esperimento. Ora si prova la via della riabilitazione

Scritto da Silvia Amodio |    Gennaio 2008    |    Pag.

Giornalista e fotografa Milanese, laureata in filosofia con una tesi svolta alle isole Hawaii sulle competenze linguistiche dei delfini. Ha collaborato come giornalista free-lance con settimanali e mensili (Famiglia Cristiana, Airone, D la Repubblica delle Donne, l'Espresso, Mondo Sommerso, New Age), scrivendo sempre di animali e accompagnando gli articoli con le sue foto. Ha lavorato anche all'enciclopedia sul gatto della De Agostini. Negli ultimi tempi la fotografia d'autore è divenuta la sua occupazione principale.

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Nei prossimi mesi nascerà presso il Parco di Piano dell'Abatino, in provincia di Rieti, un progetto ambizioso e importante che si occuperà della riabilitazione dei primati da laboratorio, ovvero di quelle scimmie utilizzate negli esperimenti scientifici. Si tratta del primo centro pilota di
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questo genere in Italia.
L'impiego di animali nella sperimentazione scientifica, inclusa quella farmaceutica, è un argomento molto dibattuto e controverso, che implica riflessioni etiche, filosofiche ma anche politiche ed economiche. Senza entrare nel merito della validità o meno dei metodi utilizzati, alcuni dei quali molto cruenti, resta un dato di fatto che ogni anno sono sacrificati nel nome della scienza milioni di animali, di ogni specie.
Fino ad oggi nella sperimentazione animale è stato seguito il principio delle tre R: reduction, riduzione del numero degli animali da utilizzare; replacement, sostituzione dell'uso di animali con metodi alternativi non cruenti e spesso più affidabili; refinement, cioè miglioramento del metodo finalizzato a ridurre le sofferenze degli animali e ottenere risultati più attendibili.
La grandissima novità è l'introduzione della quarta R, rehabilitation, cioè la riabilitazione degli animali "usati"; e rappresenta un successo per chi da anni si occupa di questo tema, non solo per gli amanti degli animali ma anche per medici e scienziati che non ritengono i risultati della sperimentazione animale affidabili per gli esseri umani.

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In attesa della legge

Fino ad ora si trattava semplicemente di un concetto filosofico ed etico, oggi esiste un disegno di legge che regola questo aspetto. Cani, gatti, ratti, scimmie, cavie possono, dopo un percorso di riabilitazione adatto a ciascuna specie, essere adottati da famiglie, nel caso degli animali domestici, oppure ospitati in centri specializzati, nel caso dei selvatici.
Università, enti di ricerca pubblici e privati e aziende farmaceutiche ora possono (non è obbligatorio) cedere gli animali ai Centri di riabilitazione dopo averli "utilizzati".
Questo disegno di legge rappresenta un passo avanti e un'attenzione concreta nei confronti del benessere animale, ma non risolve in modo soddisfacente il problema: tutte le spese di spostamento, cure veterinarie e mantenimento degli animali sono a carico dei Centri che li ospitano.
Questo implica che buona parte della gestione di queste strutture deve fondarsi sulla disponibilità di risorse e sul volontariato: un contributo importante e sacrosanto ma si sa, di qualsiasi volontariato si tratti, la buona volontà non basta. Alcune specie hanno bisogno di cure veterinarie particolari e di persone qualificate che sappiano far fronte alle loro esigenze. Oltre a questi costi si aggiungono quelli fissi, talvolta molto elevati, di normale manutenzione delle strutture e del cibo. Gli animali mangiano 365 giorni all'anno e la costruzione delle gabbie, dei recinti e dei ricoveri, alcuni riscaldati, è molto costosa.
Così, se da una parte il disegno di legge riconosce questa emergenza, dall'altra sottolinea l'aspetto antropocentrico e cartesiano "dell'animale macchina": quello che non serve più può essere eliminato (la soppressione dopo gli esperimenti è una pratica molto diffusa) oppure "rifilato" a qualcun altro che se ne occupi, senza pagare un euro.
Perché i professionisti che si occupano di benessere umano, per esempio gli psicologi, ricevono giustamente uno stipendio, mentre chi si occupa di benessere animale lo deve fare gratuitamente, potendoci dedicare, per ovvie ragioni, solo i ritagli di tempo?

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Ci provano a Rieti

Sulla base di queste considerazioni il Parco ha fatto una scelta molto coraggiosa e impegnativa. Già da molti anni è un centro di recupero che ospita centinaia di animali, autoctoni ed esotici, che provengono da maltrattamenti, sequestri o semplicemente incidenti. Quando non è possibile reintrodurli nel loro ambiente naturale trovano qui ospitalità a vita. Il Centro è tra i più qualificati in Italia e svolge anche attività didattica e di ricerca con università italiane e straniere. Collabora con il Corpo Forestale dello Stato, con enti pubblici e associazioni ambientaliste.
La volontà di impegnarsi anche nella riabilitazione, oltre a seguire la mole di lavoro già esistente, sottolinea la forza e il coraggio di chi gestisce il Centro. La scelta di concentrarsi su una particolare tipologia di animali è molto saggia poiché garantisce una competenza e un'esperienza molto elevata. Nel caso del Parco la scelta è stata naturale, visto che una delle responsabili, Arianna De Marco, è una primatologa con studi di specializzazioni anche all'estero.
Si stima che in Italia ci siano circa 600 primati utilizzati nella ricerca biomedica.
Gli animali, per tutta la durata degli esperimenti, sono in genere tenuti separati e in gabbiette sterili, senza alcun arricchimento ambientale e privati di qualsiasi contatto con altri individui. Per creature altamente complesse e sociali le conseguenze sul loro comportamento sono molto gravi. Paura, stress, automutilazioni sono le manifestazioni più frequenti del loro disagio.
Piano piano, con molta pazienza, ogni individuo deve essere seguito singolarmente e reintrodotto in un gruppo sociale, un processo che può durare mesi o anni.
I costi delle strutture per ospitare questi animali sono molto variabili a seconda delle dimensioni e delle caratteristiche delle singole specie: piccole scimmie hanno minori esigenze rispetto a primati più grandi, come per esempio gli scimpanzè. Il costo previsto dal Parco dell'Abatino per una struttura idonea ad ospitare un gruppo sociale di primati di taglia media, quali i macachi, si aggira intorno ai 35 mila euro.
Si dice che questi animali vengono sacrificati, in nome della scienza, per aiutare il genere umano: forse un atto di compassione gli è dovuto.



RECUPERO
Sos primati

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Il modo migliore di aiutare il Parco di Piano dell'Abatino è sicuramente quello di dare un contributo in denaro: conto corrente bancario n. 100766 della Cariri ag. 2 di Rieti Abi 6280 Cab 14603. Ma il Parco ha anche bisogno di molti medicinali ad uso veterinario, granaglie, mangime per cani e gatti che vanno benissimo anche per altri animali. Qualche ditta specializzata o casa farmaceutica potrebbe fornire il necessario, almeno a prezzi scontati.

Per costruire le strutture, inoltre, c'è sempre bisogno di legno e di reti metalliche.

Durante il periodo estivo è possibile fare i volontari in cambio di vitto e alloggio, dopo un colloquio preliminare e solo se muniti di auto.

Per visite ed altre informazioni si può consultare il sito www.parcoabatino.org, via Capo Farfa 50 - 02030 Poggio San Lorenzo (Rieti), tel. 0765 884472, cell. 3492360510/1/2/3, e-mail: ass.gfpa@virgilio.it