Gli animali usano la mimica facciale come gli umani: lo dice la ricercatrice pisana Elisabetta Palagi

Scritto da Silvia Amodio |    Settembre 2017    |    Pag. 10

Giornalista e fotografa Milanese, laureata in filosofia con una tesi svolta alle isole Hawaii sulle competenze linguistiche dei delfini. Ha collaborato come giornalista free-lance con settimanali e mensili (Famiglia Cristiana, Airone, D la Repubblica delle Donne, l'Espresso, Mondo Sommerso, New Age), scrivendo sempre di animali e accompagnando gli articoli con le sue foto. Ha lavorato anche all'enciclopedia sul gatto della De Agostini. Negli ultimi tempi la fotografia d'autore è divenuta la sua occupazione principale.

gorilla di elisabetta palagi

Foto E. Palagi

Ricerca

Studi autorevoli recenti, alcuni dei quali italiani, dimostrano che anche gli animali non umani provano emozioni e le comunicano esattamente come noi. Elisabetta Palagi, fiore all’occhiello della ricerca scientifica in questi ambiti, è un’etologa dell’Università di Pisa. La ricercatrice studia i meccanismi di alcune emozioni per capire se sono prerogative umane, oppure se hanno radici più profonde nella storia evolutiva e sono presenti anche in altre specie.

Per farci comprendere meglio qualcosa che è familiare, ma non semplice da spiegare, ci invita a pensare a una persona che sta ridendo. «Quando un amico ci racconta una barzelletta, può capitare che a metà dell’opera inizi a ridere ancora prima di averla terminata poiché ne conosce il contenuto, un comportamento che trascina e contagia anche gli altri, i quali però lo imitano senza sapere perché, visto che non conoscono la fine della storia. Si tratta di un fenomeno di risonanza motoria che ha una base neurobiologica - spiega Palagi - che permette di decodificare il comportamento dell’altro: l’espressione del volto, le spalle che sussultano, le vocalizzazioni. L’interlocutore reagisce allo stesso modo: ridendo, muovendo le spalle ecc. Pensate che questa reazione spontanea è velocissima, si attiva entro 500 millisecondi! Lo stesso contagio emotivo ci prende quando al cinema o a teatro ci emozioniamo. Pur sapendo che si tratta di attori che interpretano un ruolo, ci facciamo trasportare dalla storia, ci immedesimiamo e riproponiamo la stessa mimica facciale dell’attore. Questo fenomeno succede, senza che ce ne rendiamo conto, migliaia di volte al giorno».

Sono aspetti importanti della comunicazione non verbale che ritroviamo anche nelle scimmie antropomorfe, scimpanzé, gorilla, oranghi, e in altri primati come ad esempio nel macaco di Tonkean (una scimmia di Sulawesi) in misura più o meno variabile. «Questi meccanismi sono meno presenti in specie dove le gerarchie sono molto forti e regolano le dinamiche del gruppo, ad esempio tra i gorilla. Mentre sono più evidenti nelle specie dove le relazioni si basano sulla socialità e l’affiliazione come, per esempio, tra gli scimpanzé. Pensate a una caserma, dove tutto è imbrigliato in regole di rango e il codice di comportamento è molto severo. Certi atteggiamenti non sono permessi. In questi casi c’è un forte controllo di tutto quello che è legato all’espressività emotiva. Quando si tolgono le regole, invece, emerge la natura biologica dell’uomo, il piacere di stare con gli altri e così scattano le modalità appena descritte».


Ma a che cosa serve tutto questo? «È molto importante entrare in sintonia emotiva con gli altri e comprenderne le esigenze - spiega la studiosa -. Questo rafforza i legami sociali, spinge alla cooperazione e a vivere meglio insieme. Pensate che cosa succederebbe se all’interno di una famiglia composta da madre, padre e figli nessuno fosse in grado di esprimere uno stato d’animo attraverso le espressioni facciali: il gruppo si disgregherebbe nel giro di poco tempo perché nessuno capirebbe che cosa sta provando l’altro. Ci sono soggetti che soffrono della sindrome di Moebius, una rara malattia genetica che impedisce il completo coinvolgimento dei muscoli facciali durante le espressioni facciali; ciò si trasforma in una barriera emotiva e queste persone spesso soffrono di forme di isolamento».


Una somiglianza tra l’uomo e gli altri primati non umani è nota in letteratura, ma che cosa succede con altre specie? «Ho verificato, insieme ai miei collaboratori - prosegue l’etologa - che anche tra i cani esiste il contagio della mimica facciale. Ho scoperto che se ci sono specie vicine da un punto di vista evolutivo, ma diverse da quello comportamentale, per esempio una più dispotica e l’altra più tollerante, i soggetti mostrano una gamma diversa di comportamenti. Per approfondire questo aspetto sto raccogliendo i dati per una ricerca, ancora inedita, che mette a confronto due razze di cani molto diverse: il labrador e il lupo cecoslovacco, il primo fortemente orientato verso l’uomo, il secondo verso i suoi simili. I risultati di questi studi ci riveleranno se questi meccanismi sono variabili non solo a livello di specie, ma addirittura di razza».


L’intervistata

Elisabetta Palagi

etologa del Museo di Storia naturale dell’Università di Pisa, presidente dell’associazione di Primatologia italiana e membro del direttivo della Società italiana di etologia




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