I fiorentini e l'arte dello sfottò

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Febbraio 2000    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Scherzi su Dante
Qualcuno ha detto, a proposito di un certo tipo di motti o proverbi coniati dai fiorentini, che spesso sono come rasoiate; cadono giù sulla vittima designata con spietatezza senza rispetto per niente e per nessuno. Nemmeno al loro padre spirituale, all'uomo simbolo di tutta la città e di un'epoca, a Dante insomma.
Dante Alighieri, dalla scienza infusa,
a Santa Croce la fa e agli Uffizi l'annusa.
Ma come? L'immenso poeta descritto a compiere atti di quel genere? Ma via! E' uno scandalo! si griderebbe in mezzo mondo. A Firenze invece non si fa una piega. Dopo tutto - si conclude - anche Dante non sarà vissuto solo di poesia. Anche lui, per quanto eccelso ed etereo, avrà pur dovuto soggiacere alle più banali leggi della natura.
Del resto l'anonimo estensore di quell'irriverente motto non voleva, in verità, prendersela con supposte cattive abitudini del poeta, bensì forse lanciare un rimprovero all'indirizzo degli autori di due statue che riguardano Dante da vicino. Una fa parte del suo cenotafio, all'interno della basilica di Santa Croce, e lo ritrae in posizione seduta e in atteggiamento pensoso. L'opera di Stefano Ricci (1765-1837), a detta di qualificati critici d'arte, non è proprio un capolavoro e così si giustifica il fatto che il visitatore possa trarre dalla sua osservazione pensieri che scivolano verso il volgare piuttosto che innalzarsi verso l'empireo del sublime.
L'altra opera che può motivare, in qualche modo, la seconda parte della sentenza, è ancora una statua del grande poeta, collocata in una nicchia del Piazzale degli Uffizi. Lo scultore livornese Paolo Emilio Demi (1798-1863) lo ha voluto in piedi, aureolato, un'espressione accigliata sul volto, l'indice alzato a sfiorarsi il naso. Anche in questo caso l'alta, slanciata, austera figura di Dante non riesce ad ispirare granché di aulico ma, quasi quasi, porta a condividere l'ironia di quell'osservatore forse poco rispettoso, certo molto arguto.