Scritto da Miriam Serni Casalini |    Luglio 2001    |    Pag.

Scampanellate da birbe
Tutti i ragazzi si sono sempre divertiti un mondo a suonare campanelli dalla strada per poi scappare ridendo a nascondersi in vicini portoni o dietro le cantonate, in attesa degli inutili "chi è?".
C' erano sette appartamenti nel nostro caseggiato e c' erano sette campanelli a destra del portone. Bei tiranti di robusto ottone collegati con un filo di ferro a grossi campanelli di quelli sonori col battaglio, in ogni appartamento.
Il citofono non era ancora stato inventato, però qualcosa di simile esisteva tra un piano e I' altro nelle case signorili, un buffo marchingegno di tubi e imbuti nei quali si parlava e si riceveva. Ordini per la servitù, solitamente.
Dunque il citofono non c' era, ma il tira corda sì, a mano naturalmente. Ad una scampanellata, dopo aver chiesto "chi è?" per le scale o dalla finestra ed essersi accertati dell'identità del visitatore, si tirava una maniglia collegata con un filo di ferro al paletto del portone, che così sollecitato si apriva.
Suonare. Aprire. Tutte azioni trasmesse a fili di ferro.
I sette fili di ferro dei sette campanelli di ciascun inquilino, passavano, chissà perché, tutti allo scoperto in un angolo del nostro corridoio. Bastava prendere in mano uno di questi fili e tirare, per far suonare uno dei campanelli. Noi ragazzi potevamo suonare i campanelli della nostra casa, sicuri dell'impunità. La tentazione, malgrado il divieto imposto dai grandi, era troppo forte.
Quando eravamo soli in casa, ogni tanto, ci prendeva un irresistibile prurito alle dita, cosicché due o tre scampanellate in contemporanea riempivano di sonori squilli i quartieri dei vicini.
Com'era divertente sentire sulle scale richieste di "chi è?" seguite da stizziti borbottii e spesso da coloriti "accidenti" che coinvolgevano anche mamme innocenti.
Se c'era in visita qualche compagno di scuola, bisognava farlo partecipe della divertente possibilità. Allora, per non dare nell'occhio, tiravamo anche il nostro filo. Così uno di noi si univa al coro dei "chi è?", mentre gli altri, ripiegati in due, si sbellicavano dalle risate.
Ma un infausto giorno, la nonna, che forse insospettita ci balzellava, ci sorprese affaccendati nella esilarante "faccenda". Fu inutile negare. Dopo le punizioni, che certo non mancarono, il guaio più grave fu il rimedio adottato dal nonno. Con due strisce di compensato racchiuse i fili in una sorta di canaletta, dal pavimento al soffitto, rendendoli invisibili e inservibili ai nostri ludici scopi. Peccato!