L'omicidio di Alvise di Robilant. Scenario: Palazzo Rucellai, nel cuore di Firenze

Scritto da Mario Spezi |    Gennaio 2005    |    Pag.

Scrittore, giornalista, collaboratore del New Yorker, di Panorama, di Gente, è stato per oltre vent'anni cronista giudiziario de La Nazione di Firenze occupandosi dei principali casi di "nera" del nostro Paese, dall'omicidio Moro alla "saga" dei sequestri di persona in Toscana, dalle stragi impunite al Mostro di Firenze. Su quest'ultimo "giallo" ha scritto il libro inchiesta 'Il Mostro di Firenze' (Sonzogno, 1983). Spezi ha pubblicato anche i romanzi 'Il violinista verde' (Marco Tropea, 1996), 'Il passo dell'orco' (Hobby & Work, 2003), 'Le sette di Satana' (Sonzogno, 2004) e numerosi racconti.

Sangue e champagne
Diciamolo subito: Firenze non è una città buona.
E neanche simpatica. Di più: non ci tiene per niente a esserlo. Simpatici possono essere i romani, i napoletani, anche i veneziani. Firenze tiene a essere rispettata. Della simpatia, non gliene frega niente.
«Piuttosto Firenze è stata spesso una città crudele. Qui il sublime va a braccetto con l'orrore. L'assortimento di sculture nella Loggia dei Lanzi, per esempio, resta una delle più sublimi gallerie di orrori nella sua esibizione di violenza, assassinio e mutilazione», mi diceva pochi mesi fa Douglas Preston, uno che di thriller e horror se ne intende - autore, tra gli altri romanzi, di Relic e La stanza degli Orrori - e aggiungeva: «E, appena qualche metro più in là, c'è la pietra che ricorda il rogo del Savonarola; a quel balconcino di Palazzo Vecchio furono tenuti appesi per giorni i congiurati dei Pazzi».

Roba vecchia, si dirà. Però è vero che oggi ci sono un sacco di assassini che vivono tranquilli in mezzo ai fiorentini. Già, perché la maggior parte dei delitti di qui è insoluta. Forse perché i fiorentini hanno la presunzione di essere unici in molte cose, specie nelle arti. Quindi anche nel delitto, pure un'arte, stando a Thomas de Quincy. «Per un romanzo noir - mi disse ancora Douglas Preston - Firenze è la città perfetta».
Chiacchierando eravamo arrivati in via della Vigna. Dicono che esista dal 1224, la chiamavano la Via Nova. Prima non avevamo resistito a entrare, in via della Spada, nella Cappella Rucellai, per vedere ancora il Tempietto del Santo Sepolcro, accanto a San Pancrazio, dove adesso è il Museo Marino Marini. Il Tempietto fu fatto da Leon Battista Alberti con le proporzioni del Santo Sepolcro di Gerusalemme.
Ci fermammo davanti a Palazzo Rucellai, uno dei capolavori assoluti del Rinascimento, opera anche questa di Leon Battista Alberti. Di fronte si erge la loggia, costruita per celebrare davanti a tutto il popolo il matrimonio di una Rucellai con un Medici. Io e Douglas Preston guardammo ammirati il Palazzo. «Perfetta sede di delitto alla fiorentina», dissi. Lo scrittore americano volle sapere il perché. Gli raccontai la storia.

Sangue e champagne 2
Bach per l'alibi

Il conte Alvise di Robilant fu ucciso la sera del 15 gennaio 1997 nel piccolo appartamento che occupava all'ultimo piano dell'edificio adiacente, e anche comunicante, con Palazzo Rucellai.
Alvise, aspetto ed eleganza britannici, uomo di grande gusto e pochi mezzi, legato da un invisibile quanto insospettabile filo all'avvocato Agnelli, era un personaggio fisso di ogni evento mondano che si rispettasse. Per alcuni anni aveva lavorato per la sede fiorentina di Sotheby's in Palazzo Capponi, ma la sua esperienza dell'arte antica era piuttosto limitata, perché era impiegato nel settore amministrativo.
La sua fama di dongiovanni era solida, come avrebbero potuto confermare stuoli di nobildonne ed ereditiere americane. «Solo un po' noioso», ricordò dopo la sua morte un'anziana contessa.

Qualcuno lo aveva massacrato con rabbia, con dodici colpi in testa, con uno strumento pesante, lungo, stretto e squadrato. L'arma non fu mai trovata. Fu trovato, invece, sopra il pianoforte, un assegno per un milione e quattrocentomila lire che Robilant aveva fatto a se stesso. In cucina due bicchieri e una bottiglia di spumante.
Il cadavere, orrendamente sfigurato, era stato avvolto in una copertina a righe blu e celesti. Un gesto che normalmente fanno gli assassini improvvisati e che conoscono la loro vittima, per non vederne il viso. Le modalità dell'omicidio denunciavano una completa perdita di autocontrollo da parte dell'assassino. Eppure la scena del delitto era stranamente a posto, come se non fosse stata teatro di una violenza sfrenata. Un quadro sfregiato, peraltro di pessima fattura, e lo schermo rotto di un computer, sembravano far parte di una messinscena.

Era come se l'assassino avesse avuto due comportamenti incompatibili tra loro: da una parte un delirio omicida; dall'altro la freddezza di rimettere tutto a posto e di cancellare le tracce. Due comportamenti che non potevano convivere in una sola testa.
Sulla scena del delitto dovevano essere state almeno due persone: l'assassino e qualcuno che, poco dopo, lo aveva aiutato a far sparire le tracce. Non solo, ma quel qualcuno proseguì la messinscena per far credere che Robilant fosse stato ucciso molto più tardi, e non attorno alle 19 o 19,30.
Bisognava "spostare" il delitto perché l'assassino avesse un alibi. Secondo le chiacchiere dei salotti fiorentini, fino all'ora in cui un giovane uomo dal bel cognome potesse risultare essere partito da Firenze, cioè fin verso le 21 o le 21,30.

Per questo bisognava far credere che in quelle due ore Alvise fosse vivo. Ora, e l'assassino doveva saperlo, dimostrando di conoscerlo molto bene, il conte aveva l'abitudine ogni sera, prima di cena, di suonare al piano un po' del suo amato Bach.
Il 15 gennaio 1997 le note di una piccola fuga uscirono dalla finestra aperta, superarono il cortile interno e furono sentite dalla contessa Barbara Rucellai. Che, però, non poté fare a meno di commentare: «Ma come suona male Alvise, questa sera!». Ma era davvero Alvise al pianoforte?
Particolare sorprendente: la "scientifica" non trovò alcuna impronta digitale sui tasti. Chi aveva suonato si era preso la briga di ripulirli. La contessa disse di aver sentito suonare tra le 20 e le 20,30. Se ne deve dedurre che l'assassino, o chi lo aiutò, doveva sapere perlomeno strimpellare.
Alle 21,30 in casa di un anziano cugino del conte, Aleramo Scarampi, per l'età un po' duro d'orecchi, arrivò una telefonata. Dall'altra parte una voce, che il vecchio Aleramo sentì con difficoltà, disse di essere Alvise che voleva informazioni sul ritratto di una trisnonna. Strana curiosità a quell'ora. Comunque, grazie a quella telefonata, si poté dire che alle 21,30 il conte era ancora vivo e tranquillissimo.

Se questa ricostruzione è vera, una cosa però non sapeva l'assassino: che quella sera Alvise avrebbe dovuto partecipare alle 20,30 a una cena molto importante nell'esclusivo circolo dell'Unione in via Tornabuoni.
Davvero un uomo della classe del conte non si sarebbe presentato senza inviare delle scuse, solo per strimpellare Bach e avere informazioni sul ritratto di una trisnonna? E, ancora peggio, davvero si poteva pensare, come ipotizzò l'indagine, che avesse ricevuto in casa sua una conoscenza occasionale per un incontro gay prima di andare a cena al Circolo dell'Unione? Quando fu ucciso, Alvise indossava solo una corta vestaglia, come qualcuno che ha appena fatto una doccia per poi prepararsi a uscire.

L'indagine fu piuttosto sciagurata. Un esame clinico credé di rintracciare tracce di sperma sul cadavere. Si parlò di delitto omosessuale. Molte signore in bei palazzi non ci credettero un solo istante. Ma sarebbe stato sconveniente parlare.
Più tardi, alcune settimane dopo, altri esami stabilirono che non era sperma la sostanza trovata. Ma quando si scoprì l'errore, era ormai troppo tardi. Non era più possibile seguire un'altra pista. Tutto era stato cancellato dal tempo.


PALAZZO RUCELLAI
Geometria pura

Se Brunelleschi costruisce, l'Alberti teorizza, è stato scritto. Partendo dall'arte dell'antichità ha sviluppato la teoria per cui la bellezza è armonia, esprimibile matematicamente, fra il tutto e le sue parti: nella proporzione sta la base della progettazione architettonica.

Nel 1434 Leon Battista Alberti arrivò a Firenze, dove trovò Brunelleschi, Masaccio e Donatello. Finì per essere un protetto dei Rucellai, grandi mercanti di tessuti.

Giovanni Rucellai gli diede incarico nel 1455 di alzare l'omonimo Palazzo, tuttora proprietà della famiglia, la cui facciata è una pura struttura geometrica scandita da lesene e ornamenti dorici, ionici e corinzi, primo esempio di facciata strutturata con la sovrapposizione dei tre ordini classici. Il suo rigore è dato verticalmente dalle linee allungate dei pilastri, e orizzontalmente dai cornicioni che delimitano ogni piano.

Dell'autore:
Mario Spezi, Le sette di Satana, Sonzogno editore, 12 euro