Scritto da Leo Codacci |    Settembre 1999    |    Pag.

Scrittore ed esperto in enogastronomia

San Frediano com'era
Ogni città nasconde, tra le pieghe della propria storia, i racconti e le tradizioni dei suoi quartieri più popolari: Roma trasteverina, Milano dei navigli, Genova con l'antico ghetto, San Frediano a Firenze...
Ricordo di aver trascorso intere giornate a parlare, a ridosso dei muri di Cestello, con personaggi nati nel primo decennio di questo secolo. Forse qualcuno sorriderà di questa mia cocciutaggine nel far rivivere frammenti di storia popolare e penserà che è soltanto la nostalgia dei tempi andati ad ispirarmi. Invece non è così... Scrivo di San Frediano e della sua gente per riportare l'attenzione del nostro moderno mondo disattento ai tanti valori che lo animavano ai tempi dei nostri nonni...
Oggi, purtroppo, si vuole ottenere tutto e subito: anche l'amore non segue più gli antichi ritmi e la luna, meravigliosa "ruffiana" fino a cinquanta anni fa, può andare tranquillamente in pensione poiché abbiamo sostituito i suoi silenzi con i suoni assordanti dei mega-impianti stereofonici installati sulle nostre auto, per la "delizia" nostra e di chi ci circonda... No, non è affatto nostalgia per "com'erano belli quei tempi": tutt'altro. Erano tempi duri, che non possono né devono più tornare. Ma i sentimenti erano veri, autentici, e non lasciavano da parte nessuno.
La vita di ogni giorno era grama, molto grama: chi faceva il renaiolo in Arno, chi il manovale da qualche maestro muratore addetto ai restauri in centro, chi il lavandaio; molti aggiustavano scarpe, le donne cucivano abiti e intrecciavano, altre ricamavano, le più giovani andavano a mezzo servizio dai signori che abitavano sui lungarni. Alcuni avevano la bottega nelle stesse strade del quartiere, e soprattutto nella via di grande transito che era via de' Serragli.
C'era un vinaino che si chiamava Paci, dove facevano capo quasi tutti i fattori che il venerdì venivano a Firenze. C'erano le friggitorie di via del Leone, di via dell'Orto e di via San Giovanni, quella del Galli, dove si preparavano tutti i giorni delle polpettine che avevano grosso successo dalle cinque del pomeriggio fino a notte fonda. Ma il Galli faceva anche i roventini con sangue di maiale cotti in apposite padelle, e poi spruzzati con formaggio grattato.
C'erano anche alcuni bar, frequentati però dai "signori" o da gente di passaggio. I sanfredianini vivevano il loro riposo nelle fiaschetterie, accompagnando al bicchier di vino un panino con la salsiccia tagliata in due e soffritta nel lardo bollente. Nei vicoli spesso si sentivano i canti del Buti, un sanfredianino che amava far le serenate alle sue belle. Ma poi cantò all'Orfeo e alla Buca San Ruffillo, conobbe la grande Maria Campi e fece fortuna.
Raccontare queste storie è come rivivere quelle serate in cui ci si contentava di riempire i ditali, quelli delle sarte, di farina dolce, per poi infilarli dentro una "cecia" accesa fino a che la farina non diventava marrone; o ritrovare il venditore di capirotti, aranci marciti da una parte e poi scattivati. Realtà molto lontane da quella di noi uomini di oggi, che se non andiamo a far colazione dal pasticcere ci sentiamo dei poveracci.
La festa più attesa era quella di San Rocco, che si celebrava il 16 di agosto. Una ricorrenza che purtroppo si è spenta qualche tempo fa, "morta ammazzata" dal desiderio di essere in quei giorni al mare, ai monti... in ogni caso lontani da casa. Nei giorni precedenti ognuno badava alla propria strada: la ripuliva per bene, avendo cura di togliere dalla strada sgabelli e bischetti di lavoro; si tirava fuori qualche pianta verde e si faceva in modo che tutto apparisse più accogliente, meno povero di quanto effettivamente era, per ricevere bene quelli che venivano "di là d'Arno".
La chiesa di San Rocco aveva la sua sede vicino alla porta di San Frediano, accanto al "conventino"; era compito della gente del borgo tenerla pulita, lucidarla, abbellirla con i fiori. Fu demolita quando nacquero i viali, buttata giù insieme ad un tratto di mura per fare lo slargo.
Nelle sere d'estate l'attrazione principale erano gli stornelli a dispetto, che richiedevano l'esibizione di due cantanti o di due gruppi di cantanti.
Si affrontavano tutti su temi contrapposti: il contadino e il cittadino, le donne di Firenze e quelle di un'altra località, il lavoro del braccio e quello della mente. Ma sempre in modo scherzoso...
Regolarmente la serata finiva a tavola, nelle strade, nelle piazzette, dovunque c'era posto a sufficienza per accogliere tutti, parenti e amici.