Scritto da Miriam Serni Casalini |    Maggio 2000    |    Pag.

Salacca
Credo che le salacche non siano più in vendita nelle salumerie. Erano una sorta di sardine sotto sale, un cibo misero, di basso costo, da poveri.
"Salacca" era il soprannome di un manovale povero di beni e ricco di prole, costretto a cibarsi di salacche più spesso di altri suoi compagni di lavoro, appena appena meno miseri di lui.
Dalla finestra della nostra cucina, che si affacciava sul cortile del magazzino, li vedevo arrivare a mezzogiorno. Entravano nel cortile cercando un posticino al sole o all'ombra, al riparo secondo "le temperie". Si sedevano su qualche trave, se ce n'erano, o si accosciavano per terra disponendosi a consumare il desinare sulle ginocchia tese. In pezzuole dai colori ormai indefinibili c'era tanto pane, più pane possibile, e un po' di companatico: un pezzo di aringa, una fetta di soprassata, baccalà secco, salacche, cacio. Finito il frugale pasto si pulivano la bocca con il braccio e rigovernavano il coltello passandolo sui calzoni calcinosi.
In tutta questa miseria il più misero era appunto Salacca. Era anche magro come una salacca, a maggior conferma del soprannome. "Povero Salacca, con la sua conigliolaia di marmocchi", diceva la nonna.
Si dà il caso che di fronte al magazzino abitasse un'anziana signora, la signora Soave, che viveva sola con il suo cagnolino, un volpino amatissimo, coccolatissimo, viziatissimo. La signora dovette recarsi per un paio di mesi in Francia presso una sorella e non poté portare con sé il "caro tesoro". Gli fu consigliato di affidare il cagnolino a qualche onesta persona, meglio se residente in campagna. Intermediaria mia nonna, la scelta cadde su Salacca.
La signora Soave diede un anticipo di cinquanta lire per la pensione del "dozzinante", raccomandò un'alimentazione a base di polmone, cuore e fegato, scottati con verdura. Il piccolino non mangiava altro. Raccomandò un po' di corse all'aperto giacché il "caro tesoro" era troppo grasso e pigro. Seguivano altri mille "mi raccomando ..." che si possono immaginare.
Salacca si accinse ad eseguire scrupolosamente l'incarico. Portò il cane a casa sua, verso l'Impruneta. I bambini furono felici di questo nuovo amico. Ma tutta quella carne, e tutti quei soldi... Quel botolo mangiava meglio dei suoi bambini, porco... cane!
Così, un po' meno ciccia oggi, un po' più pane domani, andò a finire che non ci fu più carne per il volpino, ma bei pastoncini di tritello e verdura ai quali, dopo alcuni giorni di strenuo caparbio digiuno, il canino, capitolando, si abituò. Con ottimo risultato per la linea e per il pelo.
Quando la signora Soave tornò, baciò e ribaciò soddisfatta il suo volpino, ringraziò e ricompensò generosamente il "bravo Salacca". Mai il suo "caro tesoro" era stato più bello e più buono. Mai i bambini di Salacca avevano avuto il pancino più pieno.