Organizzava imboscate a danno dei pellegrini di passaggio, specie i più ricchi, che dalla via Francigena alla Cassia si dirigevano a Roma

Scritto da Mario Spezi |    Novembre 2005    |    Pag.

Scrittore, giornalista, collaboratore del New Yorker, di Panorama, di Gente, è stato per oltre vent'anni cronista giudiziario de La Nazione di Firenze occupandosi dei principali casi di "nera" del nostro Paese, dall'omicidio Moro alla "saga" dei sequestri di persona in Toscana, dalle stragi impunite al Mostro di Firenze. Su quest'ultimo "giallo" ha scritto il libro inchiesta 'Il Mostro di Firenze' (Sonzogno, 1983). Spezi ha pubblicato anche i romanzi 'Il violinista verde' (Marco Tropea, 1996), 'Il passo dell'orco' (Hobby & Work, 2003), 'Le sette di Satana' (Sonzogno, 2004) e numerosi racconti.

Robin Hood in Val d'Orcia 1
Ebbe proprio in Toscana,
nelle bellissime terre tra Arezzo e Siena, un ben più solido e soprattutto più documentato precedente la leggenda di Robin Hood e della sua "allegra brigata" di Sherwood, il famoso bandito che rubava ai ricchi per dare ai poveri, protagonista di decine di film, telefilm e cartoni. A dire il vero, come in quasi tutte le faccende reali, il nostro brigante era forse un po' meno scherzoso del collega inglese e magari toglieva sì ai ricchi, ma ai poveri dava ben poco. Comunque sia, il sapore della leggenda se lo conquistò anche lui: si meritò una citazione in una terzina di Dante (Qui v'era l'Aretin che da le braccia/fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte - Purgatorio VI, vv. 13-14) e ancora adesso il suo nome è sinonimo di romantico lazzarone: Ghino di Tacco.

Come in genere succede per queste storie, anche quella di Ghino di Tacco cominciò quando, ancora bambino (tanto che lo chiamavano Ghinotto) subì un grave torto da parte di quello che poi passò per il cattivo di turno. Suo padre, Tacco di Ugolino, un suo zio, Ghino di Ugolino, e un fratello maggiore, Turino di Tacco, furono tutti giustiziati nel 1286 in Piazza del Campo a Siena dopo avere passato un anno in prigione e avere assaporato a più riprese le torture. Solo Ghinotto, proprio per la sua minore età, fu risparmiato.
In realtà, anche se a noi può sembrare piuttosto barbara la fine dei suoi parenti, la loro morte fu solo, considerando i tempi, un atto di giustizia. I tre, con il marmocchio Ghino appresso, per anni avevano spadroneggiato nei feudi vicini al loro commettendo razzie e taglieggiamenti, arrivando ad occupare e incendiare il castello di Torrita e addirittura a ferire gravemente il confinante Jacopino da Guardavalle, amico guelfo di Siena, il che dava anche una sospetta coloritura politica, ghibellina nella fattispecie, alle loro gesta.

La faccenda era preoccupante per Siena, perché i quattro discendenti di Ugolino non erano gente qualsiasi, bensì membri della nobile famiglia senese dei Cacciaconti Monacheschi Pecorai, e l'avere colpito un nobile guelfo ne aveva fatto i portabandiera della parte avversa. Tanto che, poi, Ghino di Tacco non si sarebbe mai più scrollato di dosso l'appellativo di ghibellino, unito al titolo di bandito.
Comunque la condanna a morte di suo padre e dei suoi due altri congiunti non fu emessa alla spiccia, ma con tutti i crismi della legalità, e a pronunciarla fu il noto Benincasa da Laterina ("l'Aretin" citato da Dante), giureconsulto a Bologna prima e giudice del podestà di Siena poi e, infine, qualche anno più tardi, al termine di una luminosa carriera, senator ac auditor di Papa Bonifacio VIII, l'inventore del Giubileo a scopi economici.
Con quel pesante precedente alle spalle, al giovane Ghino non restò che darsi alla macchia, riunire un po' di gente decisa e di pochi scrupoli e mettersi a brigare, per cui divenne, appunto, brigante.
Il prelievo della ricchezza terriera esercitato dalla Chiesa senese a favore della Curia romana pareva eccessivo ai nobiluomini ghibellini della Fratta dei Cacciaconti, tanto più se della maledetta detrazione usufruivano ceti e città che non avevano niente a che fare con i loro luoghi. I furti di Tacco insomma facevano il pari con i prelievi fiscali della "straniera" autorità pontificia, e dei suoi ricchi sostenitori in terra di Siena.

Robin Hood in Val d'Orcia 2
Reduce da un'ennesima condanna in contumacia
al pagamento di 1.000 soldi per una rapina commessa a San Quirico d'Orcia, l'orfano Ghino ormai brigante si rifugiò nel castello di Radicofani, di cui s'impadronì grazie alla sua eccezionale abilità militare, strappandolo alla proprietà papale. Da quella postazione obbligata per chi viaggiava da Siena a Roma, organizzò imboscate a danno dei pellegrini di passaggio, specie i più ricchi, che dalla via Francigena alla Cassia si dirigevano a finanziare il potere di Roma. Ma nella sua magione spesso ospitava i poveri e gli studenti, pellegrini anch'essi, li nutriva e offriva loro qualche possibilità di lavoro e quest' ultima faccenda lo trasformò più tardi nel Robin Hood della Val d'Orcia e Val d'Ombrone.
Come si addice ad ogni personaggio del suo genere, anche Ghino di Tacco non poteva lasciare passare impunita la morte di suo padre, del fratello e dello zio: postosi a capo di una spedizione formata da alcune centinaia di uomini, Ghino piombò in Tribunale al Campidoglio, dove il brillante Benincasa da Laterina ormai esercitava, gli tagliò la testa in aula infilandola all'asta e se la portò nel castello di Radicofani, dove a lungo ne espose lo scalpo appeso al torrione. Dicono che questo fu l'unico omicidio commesso da Ghino, attuato per estremo e paradossale senso di una giustizia che riparasse ai suoi occhi la morte precoce dei parenti.
Ghibellino e comunque ostile alla Chiesa e alle sue tasse, il brigante Ghino di Tacco, anticipando di molti secoli le giravolte e le capacità camaleontiche di molti uomini di potere nostrani, concluse la sua movimentata vita non solo con il perdono della Repubblica di Siena, ma addirittura con la nomina, da parte della Chiesa, a Cavaliere di San Giovanni e Friere dello Spedale di Santo Spirito, titolo quest'ultimo che comprendeva anche una cospicua commenda.

Come riuscì in questa capriola lo racconta addirittura Boccaccio in una sua novella (Decameron, X, 2a - Ghino di Tacco piglia l'abate di Clignì e medicalo del male dello stomaco e poi il lascia quale, tornato in corte di Roma, lui riconcilia con Bonifazio papa e fallo friere dello Spedale).
Era dunque accaduto che nel suo viaggio d'andata a Roma il facoltoso Abate di Cluny era sfuggito all'attenzione di Ghino di Tacco, ed era riuscito a portare indenne tutta la devozione e il credito della chiesa francese nelle mani di Bonifacio. Nel saporito e abbondante cibo di Roma consistette la più piena ricompensa che papa Caetani riconobbe al priore. Ritrovatosi però alquanto costipato e avaro nel corpo, questi ottenne dal Papa il consiglio e il permesso di andare ai Bagni di San Casciano, stimato luogo termale e di cura vicino Siena, per sanarsi il fegato e l'organismo. Informatosi però dell'importante arrivo, Ghino di Tacco allestì per l'abate il consueto trattamento riservato ai soliti pellegrini facoltosi, questa volta indirizzato non alla borsa, che aveva lasciato ormai a Roma, ma alla sua persona fisica. Il brigante ghibellino fece catturare l'abate e lo rinchiuse nel castello di Radicofani, senza percosse o ferite. Fave, pane e vernaccia furono gli unici alimenti disponibili, fino a che l'abate si ritrovò guarito. Lasciato libero e salvo, l'ecclesiastico francese intercesse sul Papa, in maniera molto convincente, perché avviasse un processo di riabilitazione di Ghino. Che si concluse con la cancellazione di tutte le pendenze penali causate dall'assassinio di Benincasa, con il perdono senese e con la nomina ecclesiastica.



RADICOFANI
La Rocca contesa

Da più di mille anni la possente Rocca di Radicofani domina dalla cima di un'imponente rupe basaltica di 896 metri il territorio posto fra il Monte Cetona, la Val d'Orcia e il Monte Amiata. Ai suoi piedi passava un antico tratto della via Cassia, e fu senza dubbio questo a determinare la sua nascita e la sua storia, da sempre indissolubilmente legata a questa strada. Per la sua importanza strategica la Rocca fu da sempre contesa: controllata dall'Abbazia Benedettina del Monte Amiata, dai conti Aldobrandeschi, dai Conti di Chiusi, i Manenti di Sartiano, dai senesi dal 1139, poi dalla famiglia Salimbeni. Dopo il dominio di Ghino di Tacco, la Rocca fu al centro della guerra condotta da Guido di Montfort e Margherita Aldobrandeschi, ghibellini, contro i Comuni guelfi alleati del papato. I guelfi vinsero la guerra e la Rocca restò in pace per diversi decenni sotto il controllo del papato.

Nel 1417 si iniziò la costruzione della nuova fortezza bastionata attorno al nucleo originario della Rocca. Dopo anni di scaramucce e passaggi di proprietà, si giunse a quello che si può considerare l'ultimo fatto storico rilevante che interessò la Rocca: nel 1555 fu assediata, bombardata e invasa dalle forze imperiali.