A colloquio con Emma Bonino su donne e società

Scritto da Sara Barbanera |    Marzo 2016    |    Pag. 4,5

Laureata in Scienze della comunicazione presso l'Università La Sapienza di Roma nel 2001, nel 2016 consegue la laurea in Sviluppo Economico e Cooperazione Internazionale presso l'Università degli studi di Firenze.

È giornalista dal 2001, dopo la collaborazione con la cronaca umbra del Messaggero e con altri periodici locali.

Dal 2004 lavora in Unicoop Firenze dove, per 5 anni, ha svolto attività in vari punti di vendita, con un percorso di formazione da addetta casse a capo reparto servizio al cliente. Dal 2009 al 2011 ha coordinato le sezioni soci Coop di Firenze.

Dal giugno 2011 è direttore responsabile dell'Informatore Unicoop Firenze, responsabile della trasmissione Informacoop e della comunicazione digitale presso gli spazi soci Coop.

Emma Bonino

8 marzo

Dare voce “all’altra metà della Terra” che non trova quasi mai adeguata valorizzazione, ma che spesso fa la differenza. A ricordarcelo è Emma Bonino che dell’impegno per le donne ha fatto una costante della sua vita, accanto alle attività politiche, istituzionali e umanitarie.

E se l’8 marzo ha la facciata lieve di una serata di festa, dall’altro lato è l’occasione per riflettere e dare una scossa su questioni che, in modi diversi, penalizzano le donne in tutto il mondo. Cibo, lavoro, violenza, diritti negati o violati: questi i temi che affrontiamo con Emma Bonino che ha almeno un motivo per festeggiare…

Donne e 8 marzo: possiamo permetterci di festeggiare?

Sì, io l’8 marzo festeggio sempre, perché è il mio compleanno! Per il resto, ha senso festeggiare se questa data non rimane isolata, ma diventa una delle varie, tante tappe di un percorso permanente sulle donne.

Con le dovute differenze tra paesi e continenti, ricorrenze internazionali come il 25 novembre contro la violenza o il 6 febbraio contro le mutilazioni genitali femminili, possono funzionare come momenti di consapevolezza collettiva, d’incontro e di costruzione di iniziative politiche non occasionali.

Se c’è un posto dove è sceso il silenzio sul mondo femminile, è proprio qui da noi e in Europa, dove di certo non mancano temi da affrontare: uno per tutti, l’idea che le donne devono non solo conciliare tempi di vita e di lavoro, ma possono anche condividere le responsabilità con il partner e il resto della famiglia.

Una condivisione che include i diritti della donna e la questione non è di poco conto. E poi, senza cedere alle mimose, se vogliamo festeggiare, ricordiamo per esempio che il Gambia ha appena approvato la legge contro le mutilazioni genitali femminili… e allora festeggiamo!

Dopo tante battaglie nazionali e internazionali contro la violenza sulle donne, quali sono le questioni più urgenti su cui intervenire?

Il dramma più grande, comune a tutte le realtà, è il silenzio assordante con cui la violenza viene coperta.

Ho partecipato al progetto di Serena Dandini “Ferite a morte” che ha portato in tutto il mondo monologhi sul femminicidio, per scoprire che la violenza domestica è identica ovunque: i meccanismi del possesso e della donna presa per oggetto utilitario della casa, con tanti doveri e senza diritti, sono universali. Questa violenza silenziosa è veramente lo sport più praticato al mondo e non ha neanche bisogno di stadi o di olimpiadi.

Anche in Italia abbiamo scoperto tardi la violenza domestica perché di fronte a una denuncia, il fenomeno veniva completamente negato. Condanniamo pratiche come la mutilazione genitale femminile, ma ricordiamoci che in Italia il delitto d’onore è stato abolito nel 1982: sono casi diversi ma alla base c’è la stessa strana concezione del corpo della donna come bene di proprietà maschile.

Io non ho soluzioni miracolose: l’unico modo di venirne fuori è rafforzare l’autonomia anche economica delle donne, ovunque nel mondo. Più una donna è autonoma e inserita in un contesto sociale che la rafforza, più è in grado da un lato di resistere e dall’altro di denunciare: è un processo lunghissimo, che richiede una forte operazione culturale e di sostegno, ma io non vedo strade alternative.

Donne e lavoro: in quali ambiti possono fare la differenza e svolgere un ruolo decisivo?

Il protagonismo al femminile caratterizza ormai molti settori, dalla ricerca all’agroalimentare, alle nuove tecnologie.

L’esperienza di “Women for Expo” (Donne per Expo) ha permesso di valorizzare le donne non solo come “nutrici”, ma anche come motore dell’economia. In agricoltura le donne rappresentano il 43% della forza lavoro globale, in Africa sono addirittura il 70% e in Italia il 70% delle nuove imprese agricole sono promosse da donne.

Detto questo, c’è molto lavoro da fare sul fronte dei diritti, dalla proprietà della terra all’accesso al credito, alla parità di genere. Proprio per questo, dopo Expo è nata l’associazione Women for Expo Alliance, una nuova alleanza delle donne contro lo spreco alimentare e per il rafforzamento del ruolo femminile nell’agricoltura.

Le donne sono custodi della tradizione, è vero, ma sono anche proiettate nel futuro e per questo stiamo già lavorando per la loro presenza alla prossima esposizione universale del 2017, ad Astana in Kazakhstan.

Diverse ma unite: qual è il filo rosso che può legare le donne in una virtuale comunità mondiale?

Il mondo femminile non è una corporazione né un sindacato: non siamo un tutt’uno omogeneo e ognuna ha la propria idea di società o il proprio progetto di vita.

Ovviamente le priorità sono diverse nelle varie parti del mondo: in Medioriente le donne lottano per guidare l’auto, in Europa per la parità economica o contro quell’invisibile limite alla crescita delle donne, il cosiddetto “soffitto di cristallo”.

Paradossalmente, quello che ci accomuna è proprio questa diversità e la capacità di accettarla e valorizzarla, anziché farla diventare una debolezza.

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