Il successo dei comici di casa nostra. In un libro l'analisi di un gradito fenomeno

Scritto da Bruno Santini |    Gennaio 2002    |    Pag.

Attore e giornalista. Attore teatrale (con esperienze al fianco di S. Randone, E. M. Salerno, A. Asti...), cinematografico (in film di Pieraccioni, Monicelli, Panariello, Vanzina...) e televisivo (in fiction come 'La squadra', 'Carabinieri 2", "Vivere", "Questa casa non è un albergo"...). Giornalista dal 1990, è anche speaker ed autore radiofonico. E' il conduttore del programma televisivo "InformaCoop".

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Giorgio Panariello mattatore assoluto nel programma del sabato sera abbinato alla Lotteria Italia; l'uscita cinematografica natalizia del golden boy‚ Leonardo Pieraccioni (sceneggiatore, attore e regista de "Il principe e il pirata"‚ interpretato, tra l'altro, da Massimo Ceccherini); le fasi conclusive della lavorazione dell'attesissimo film di Roberto Benigni dedicato a Pinocchio.
Non c'è che dire, la comicità parrebbe ancora parlare toscano. A conferma del buon momento della risata con la "c" aspirata, esce nelle librerie un volume ad essa dedicato, "Ahi ahi, i figliol di troia non muoian mai"‚ con l'eloquente sottotitolo "La grande scuola dei comici toscani".
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tratta della prima antologia del genere. Un volume, edito da Zelig, ampiamente corredato da una scelta dei migliori pezzi, battute, testimonianze inedite e non, che offre l'occasione al lettore di ripercorrere il tragitto di questa inarrestabile escalation ludica. Curatori dell'opera, presentata nell'ambito di "Estate a Radicondoli", un gruppo di cronisti teatrali, una pattuglia redazionale formata da Simona Maggiorelli, Nico Garrone, Rodolfo Di Giammarco, Gabriele Rizza, Gianluca Citterio, Francesco Tei e Roberto Incerti. Quest'ultimo è anche l'autore di un'attenta prefazione, che mira ad individuare le più probabili origini del fenomeno.
«L'umorismo toscano trova le sue radici nelle battute che venivano proferite nelle botteghe d'un tempo che fu - scrive il critico di Repubblica -. Erano dette da personaggi caratteristici, che i fiorentini chiamavano sagome, degni di figurare nei testi di Vasco Pratolini, nel teatro di Augusto Novelli, nelle canzoni di Odoardo Spadaro. Una comicità, quella nostra, sempre in bilico fra zingarate e atmosfere stralunate, fra espressioni da bar e battute geniali, dove c'è la gratuità del gesto compiuto soltanto per il gusto di farlo, senza che porti da nessuna parte, se non ad una fragorosa risata». Situazioni e personaggi che ritroviamo nel teatro vernacolare. Palcoscenici più o meno improvvisati, o sale dei dopolavori capaci però magicamente di riempirsi in tante domeniche (e non solo) degli anni '60 e '70. Il pubblico, che oltre a quella familiare aveva una forte componente piccolo-borghese, dopo dure giornate di lavoro andava a sfogarsi in un teatro nel quale talvolta abbondavano sberleffi e parolacce. Ma erano sberleffi usati in senso conservatore, senza critica eversiva. Il vernacolo, in fondo, era ben integrato nella società nella quale si muoveva. Fa riflettere il fatto che i figliocci di tale comicità siano le star del momento, mentre il vernacolo con gli anni sia andato via via sempre più ridimensionandosi, fin quasi a sparire.
«Erano altri tempi - sostiene sempre Incerti -. Quello del vernacolo era un teatro particolare. Sul palco convivevano talenti, guitti, dopolavoristi, casalinghe-attrici, vecchie promesse. La regia era pressoché assente. Come nelle antiche compagnie era il capocomico che curava tutto... e il risultato artistico era, giocoforza, alquanto modesto, tanto che molte volte la stessa stampa locale evitava di inviare il proprio redattore. Ciò che entusiasmava il pubblico era la prova d'attore delle varie Cesarina Cecconi, Wanda Pasquini, Dory Cei, Giovanni Nannini, i Niccoli (Andrea, Raffaello, Garibalda), Ghigo Masino e Tina Vinci, Raffaello Certini, Mario Marotta, Ughino Benci». E del resto a ben vedere i comici di adesso - nei loro recital - non fanno altro che riprendere i canoni tipici del vernacolo, avendo l'accortezza, questo sì, e la capacità di aggiungere satira politica e sociale, senso critico e riferimenti più o meno eruditi. Quell'erudizione che sta alla base della componente più nobile della nostra comicità e che fa da contraltare al vernacolo "antenato plebeo‚" quello per intendersi che ha in Paolo Poli l'antesignano più illustre.
A proposito di travestimenti: i nostri sono comici tristi che, come i clown, indossano la maschera allegra solo quando sono davanti al pubblico? «Direi di no, proprio per quella schiettezza e genuinità di cui dicevamo prima - continua Incerti -. Una vena di malinconia di fondo c'è, ma se vogliamo azzardare direi che forse i personaggi creati, da Cioni Mario a Mario il bagnino, sono dei perdenti e questo ce li rende ancora più vicini a noi e simpatici». Semmai - conclude il critico - quello che caratterizza i nostri attori-cabarettisti è la complicità, la voglia di lavorare insieme, la dichiarata appartenenza ad un gruppo. Storiche le performance dei Giancattivi‚ (irresistibile la formazione più famosa composta da Athina Cenci, Francesco Nuti ed Alessandro Benvenuti), il drappello di "emigranti" romani, del quale facevano parte tra gli altri Roberto Benigni e Carlo Monni, fino alla più recente squadra di Vernice/Aria fresca‚ in cui Carlo Conti ha saputo far convivere le esuberanti personalità di Leonardo Pieraccioni, Giorgio Panariello, Massimo Ceccherini ed Alessandro Paci... e a ben pensarci anche i cinematografici "Amici miei" di Mario Monicelli le loro zingarate le perpetravano rigorosamente in gruppo. Un bravo psicologo forse troverebbe buon materiale di lavoro analizzando questo comportamento... a noi, però, basta solo che questa legione del buon umore continui a farci ridere. Tutto il resto, come cantava Califano, è noia!