Dall’ospizio di Montedomini alla Biblioteca nazionale nei giorni terribili dell’alluvione

Scritto da Pier Francesco Listri |    Novembre 2016    |    Pag. 7

Giornalista e scrittore Caporedattore per oltre un ventennio del quotidiano "La Nazione", è stato collaboratore del "Ponte" e de "L'Espresso". Profondo conoscitore della storia fiorentina e toscana, alla quale ha dedicato numerosi volumi. Ha curato a lungo i problemi della scuola, redigendo manuali e fondando le riviste "Tuttoscuola" e "Palomar". Ha diretto a Firenze l'emittente televisiva Rete A, al suo attivo ha anche una collaborazione trentennale con la RAI.

biblioteca nazionale firenze

G.c. Biblioteca nazionale centrale di Firenze

Testimonianza

L’alluvione più drammatica della storia di Firenze ebbe inizio il 4 novembre 1966 alle 7.26, quando gli orologi elettrici si fermarono. Di certo questa fu la più terribile delle tante alluvioni subite da Firenze nella sua storia, dalla prima di cui si ha notizia, il 28 ottobre 1177, a quella disastrosa, anch’essa del 4 novembre, del 1333.

Chi scrive era allora un giovanissimo giornalista molto vicino al celebre direttore Enrico Mattei, arrivato con estrema difficoltà da Roma. Già dalla sera prima noi giornalisti siamo allertati, così durante la notte ci precipitiamo a “La Nazione”. In città l’acqua cresce. Nella notte il Mugnone straripa, inondando le Cascine e l’ippodromo: molti purosangue finiscono annegati, così come molti animali nello zoo. San Frediano, Santo Spirito e San Niccolò inondati fra le tre e le cinque di notte. Una frana interrompe la via Bolognese alle prime ore del mattino, la statale del Valdarno è impraticabile, l’Autostrada del Sole viene chiusa tra Firenze e Chiusi. Alle 9.45 la piena arriva in piazza della Signoria. Poco dopo i contatti elettrici di migliaia di auto sommerse, andati in corto a causa dell’acqua, provocano il suono continuo dei clacson.

Chi scrive, fornito di stivali e con un registratore Nagra preso alla Rai, si avventura nei punti più caldi della città. Eccomi a Montedomini, l’ospizio in via dei Malcontenti invaso di acqua e melma. Ci sono tanti vecchi. A pian terreno nelle grandi camerate si trovano gli ospiti infermi, i ciechi e il reparto dei ragazzi. Con l’acqua alle ginocchia uno a uno sono portati a spalla ai piani superiori. I ciechi fanno catena fra loro; gli altri, confusi, rimangono seduti, inermi nel fango. Sei sorveglianti e un ispettore si ammazzano di fatica per salvarli tutti.

Con i pantaloni a righe e una papalina in testa un vecchio ricoverato ramazza l’acqua dal cortile. Lavora piano, senza espressione. Non posso dire se sia un’immagine di speranza o di ripresa. Nei più si manifesta subito uno stato confusionale. Un fiume che ti entra in casa, quando hai ottant’anni, non è facile da capire né da combattere.

Con fatica mi sposto verso l’ingresso devastato dall’acqua della Biblioteca nazionale, situata com’è noto proprio sul fiume. L’immagine è disastrosa. Migliaia e migliaia di libri, di giornali, di manoscritti sono sommersi dall’acqua e dal fango. Arriveranno a recuperarli da ogni parte d’Italia e del mondo quelli che saranno chiamati gli Angeli del fango. Sono giovani che con la melma ai ginocchi formeranno una catena per trarre fuori i libri dal fango.

Settimane dopo la direttrice della Biblioteca, dottoressa Morandini, mi dice: «il primo giorno il bilancio sembrava disastroso, tutti i volumi sommersi. Poi l’acqua la sera del 4 ha cominciato a defluire e si è visto cosa si poteva recuperare».

Ritorno faticosamente al giornale. L’acqua ha già invaso le sale delle rotative sommergendole completamente nel fango. Da allora per vari giorni “La Nazione” diventa il centro operativo comunicativo non solo per la città ma per l’Italia. Però il giornale non si può stampare, quindi ci si trasferisce in un certo numero al giornale fratello “Il Resto del Carlino” di Bologna. Un viaggio notturno difficilissimo in automobile. All’autostrada il casellante non vuole far passare la nostra automobile. Il direttore Mattei chiama al telefono del casello, a Roma, il Ministro in persona, che ordina al casellante stupito di farci passare.

L’emergenza durò vari giorni. Impossibile ricordare tutto perché l’alluvione trasformò la nostra città nelle cose e nei pensieri in pochissimo tempo. Ancora oggi perciò se ne conserva memoria.


Notizie correlate


Firenze 1966. I giorni dell’alluvione

Un volume illustrato per il cinquantesimo anniversario della tragedia


Racconti d’Arno - 5

I primi due racconti più votati sul web fra quelli arrivati per il concorso di narrativa Arno 2016