Quello che i toscani pensano della cooperazione. I risultati di un'indagine di Legacoop

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Un'arma contro il carovita e un'opportunità di crescita per l'economia:
la cooperazione, i toscani, la vedono così. E non sembrano affatto sfiorati dalle immagini caricaturali di una martellante campagna preelettorale che l'ha dipinta "rossa", sporca e cattiva. In Toscana poi, dove è un simbolo storico dell'economia locale, la cooperazione non è solo uno spaccato legato al passato, ma è vista anche come un potente strumento di innovazione e competitività. Sono questi i risultati dell'indagine "La società toscana e la cooperazione" commissionata da Legacoop a Tolomeo studi e ricerche. Lo studio è ancora in fase preliminare, ma cominciano già ad emergere i primi risultati.

«I toscani fortunatamente non sono toccati da certe manipolazioni ideologiche, ma al contrario giudicano e scelgono la cooperazione perché più conveniente o vincente», sostiene il presidente di Legacoop Giovanni Doddoli. Tre elementi per sottolineare il suo ruolo economico in regione. Fra le 20 maggiori imprese toscane, la metà appartengono al mondo della cooperazione; la dimensione delle cooperative è molto più elevata della media regionale; sono molto più longeve rispetto alle imprese di capitali e non sono legate ad una famiglia o allo sfruttamento estemporaneo di un business.
«È una formula molto attuale - continua Doddoli - che la Costituzione ha voluto riconoscere e promuovere perché consente l'accesso anche a chi non ha capitali». «Una cooperativa sta sul mercato come ogni altra impresa, ma svolge compiti che le altre non possono svolgere», ricorda.
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Sa tenere insieme capacità competitiva ed esigenze più evolute, come il coinvolgimento di soci e lavoratori nelle decisioni aziendali. Tutela il socio nell'acquisto e persegue "obiettivi di responsabilità sociale nel fare impresa": obiettivi che oggi cominciano ad apparire sempre più una necessità per tutto il sistema economico. Quella cooperativa insomma «è un'impresa spesso più moderna delle altre, e più il mondo è industrializzato più è adeguata e pertinente», conclude Doddoli.
Ma c'è un altro aspetto ed a sottolinearlo è Marco Montemagni, assessore regionale al Bilancio, dirigente della Legacoop dal 1982 al 2000. «L'impresa cooperativa è un soggetto insostituibile di pluralismo economico e di qualità imprenditoriale - afferma Montemagni -. In un'economia ove agiscono multinazionali di enormi dimensioni, vi è bisogno di un forte movimento cooperativo e anche di grandi imprese cooperative».

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Prezzi ed occupazione

Secondo l'indagine di Tolomeo, dunque, per i toscani il contributo maggiore della cooperazione alla trasformazione del paese è stato in primo luogo quello di calmiere dei prezzi al consumo (31,2%), seguito dal sostegno all'occupazione (29,5%) e dall'offerta di nuove opportunità di crescita per l'economia (25%). Un'immagine che richiama contemporaneamente due aspetti della storia della cooperazione: lo sviluppo della moderna distribuzione commerciale sotto l'insegna Coop, ma anche quello rappresentato da un'imprenditorialità di dimensioni più contenute, diffusa in tante realtà presenti in modo capillare su tutto il territorio. Alla faccia di tutte le teorie sugli "illeciti legami" delle cooperative, è al contrario nettamente minoritaria (solo l'11,1% degli intervistati) la quota di coloro che ritengono che intorno alla cooperazione si siano costituiti veri e propri centri di potere o nuovi "poteri forti" come spesso vengono definiti.

L'importanza del sostegno
Ma vale ancora la pena, oggi, di fare impresa attraverso gli strumenti della cooperazione? Su questo argomento i toscani si rivelano molto pragmatici: si fa cooperazione perché è più vantaggioso dal punto di vista fiscale (38,1%), ma anche perché si è inseriti in qualche modo in un reticolo di rapporti che garantisce sostegno e aiuto reciproco (32,6%). C'è anche una corrente che ritiene che una coop goda di corsie preferenziali nel rapporto con le amministrazioni (9,6%), ma si tratta di percentuali decisamente contenute, e questo risultato, ancora una volta, smentisce il luogo comune sugli ipotetici fiancheggiamenti politici del potere locale nelle regioni "rosse". Sono molti di più invece coloro che ritengono che fare impresa cooperativa significhi rapportarsi a valori di riferimento "diversi" (20%). Quasi un toscano su due (il 48,5%, contro il 34%) sostiene inoltre che vi sia una netta differenza fra le prestazioni dell'impresa cooperativa e le "altre". Le coop offrono beni e servizi più convenienti (54,6%), o migliori (20%), e sono più attente agli utenti (27,2%).

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Controlli e trasparenza

Eppur si muovono. Se l'immagine fra la gente è positiva, le cooperative non si chiudono a riccio di fronte alle critiche e cercano di affrontare anche i problemi che le ultime vicende hanno evidenziato come punti deboli per la cooperazione. Primo fra tutti, il problema del controllo e del rapporto fra proprietà e gestione, vale a dire fra i milioni di soci che fanno riferimento al sistema della cooperazione e chi si occupa di guidare la macchina: in una parola, quello che viene definito "il governo" delle cooperative. Questo tema, a marzo, è stato affrontato anche dall'assemblea congressuale delle cooperative toscane di produzione lavoro, in cui hanno portato il proprio contributo fra gli altri Bruno Trentin, l'economista Nicola Cacace e il presidente di Unicoop Firenze Turiddo Campaini.
«In Unicoop Firenze, da tempo abbiamo un amministratore delegato e quindi abbiamo cercato di separare la rappresentanza della proprietà dal management e stiamo valutando come formalizzare ancora meglio questa distinzione di ruoli. In altre parole i rappresentanti dei soci devono dare l'indirizzo ed essere in grado di controllare l'operato dei dirigenti», sottolinea Campaini. Nel 2005 alle elezioni dei consigli delle sezioni di Unicoop Firenze hanno partecipato in 50 mila soci, mentre a dettare le strategie e le regole di funzionamento della cooperativa nel consiglio di amministrazione siedono 45 soci. È un esempio di come si cerca di promuovere la partecipazione alla vita di un organismo aziendale. Ma non basta ancora, e su questa strada si continua ad andare avanti.