Un curioso rito d'amore sul Ponte Vecchio

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Aprile 2005    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Una leggenda metropolitana (sì, si può parlare di leggenda anche se l'evento ha origini recenti), racconta che tutto ebbe inizio una quindicina di anni fa per merito degli allievi ufficiali della Scuola di Sanità in Costa San Giorgio a Firenze, i quali, il giorno del congedo, avrebbero usato il lucchetto dello stipo che avevano in caserma per chiuderlo intorno ad un cavo elettrico che penzola da una spalletta del Ponte Vecchio. Con questo gesto, e il conseguente lancio della chiave nelle acque dell'Arno, intendevano mettere un sigillo tangibile al loro amore verso la città che li aveva ospitati per un tratto della loro esistenza.
Si accennava alla leggenda perché la Scuola è ora definitivamente chiusa ed è quindi impossibile verificare la veridicità di quel racconto; dunque conviene consegnarlo all'ambito del favoloso, dell'immaginario, dell'incerto.

Quel che invece è certo, documentabile e sotto gli occhi di tutti, è il prodigioso proliferare di quelle piccole serrature che a poco a poco sembra vogliano imprigionare tutto quello che in qualche modo sporge nella parte centrale del Ponte Vecchio.
Perché ora che al cavo elettrico non è più lecito attaccarsi per ovvie ragioni di sicurezza, ci si rivolge alla piccola grata che circonda il busto di Benvenuto Cellini, ad antiche maniglie che sporgono dalle mura secolari, a vetusti ganci chissà a quale uso in passato adibiti.

Ma chi sono i protagonisti di questi singolari "incatenamenti"? Se originariamente - stando alle testimonianze di chi lavora da anni in quella zona del ponte - erano i freschi sposi giapponesi che, dopo la cerimonia in Palazzo Vecchio, si trasferivano sul ponte per le foto rituali, con il passare del tempo questa romantica pratica si è allargata a tutte quelle coppie che, innamorate non solo fra loro ma anche della città che li ospita, intendono suggellare quello stato d'animo scrivendo sul metallo i loro nomi, la data e talvolta una frase di circostanza, come "amore eterno", "uniti per sempre" o il più esotico "4 ever" e così via.

La Sovrintendenza alle Belle Arti guarda con curiosità e con indulgenza a questa pratica tutto sommato simpatica e, per il momento, innocua.
«Inoltre - riferisce un funzionario - solo pochissime città possono vantare il privilegio di una simile attenzione».
Che si sappia, questo tangibile legame di affetto si registra anche a Londra e a Parigi.