La tradizione festeggia l'arrivo della bella stagione, con strofe e ritornelli beneaguranti

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Aprile 2002    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Un poeta boemo dell'Ottocento ha regalato questa suggestiva immagine della primavera in Toscana. «Ogni giorno è come se una perla si staccasse dal cielo e cadesse sulla nostra terra ad elargire i doni più belli che la fantasia di Madre Natura può inventare: giornate ventose ma cariche di frizzante allegria; prati, prima grigi e rinsecchiti, che d'improvviso si fanno di un verde smeraldo punteggiato di immacolate margherite; gli alberi, fino a quel momento scheletri di se stessi, che mostrano le gemme turgide e rotonde in attesa, in un giorno qualsiasi, di esplodere in un trionfo di colori e di profumi».
Primavera in versi
Così è sempre stato e, si spera, sempre sarà. Così si ripete, anno dopo anno, lo stupefacente miracolo della Natura. E da quando c'è l'uomo sulla Terra, questo evento è salutato con feste, canti, riti propiziatori, balli augurali. Tutte cerimonie che, se nel corso del tempo hanno cambiato il destinatario - ieri l'altro un qualche idolo, ieri gli innumerevoli dei di pagana memoria, oggi i santi e il divino della Cristianità - non hanno però mutato le modalità e le finalità dell'espressione. Ecco allora la "Robigalia", una festa pagana di fine aprile che prevedeva il sacrificio di un cane o di un montone per placare Robigus, un dio malvagio che si incarnava in qualsiasi malattia del grano e del frumento. Dalla Robigalia alle Rogazioni, il passo è stato breve. Attualmente sono forse del tutto scomparse, ma fino a qualche anno fa in molte parti della campagna toscana (e anche del Lazio), si organizzavano processioni con lo scopo preciso di "pregare il Signore per le necessità degli uomini, soprattutto per i frutti della terra...". E' vero: non si sacrificava, come prima, qualche essere vivente, ma ugualmente si compivano gesti propiziatori come l'aspersione dell'acqua santa, il rito dell'incenso, la lettura delle litanie.
Il giorno prescelto per celebrare con maggiore intensità l'avvento della buona stagione è stato, da sempre, il 30 di aprile, l'ultimo giorno del mese, quello che precede maggio, il mese che in antico venerava la dea Maja e con il Cristianesimo è dedicato alla Vergine Maria. Ma sono sempre riti legati alla fertilità della terra e alla gioia per il risveglio della Natura, prima e indispensabile fonte di sopravvivenza per il genere umano.
E la sera e la notte fra il 30 aprile e il primo maggio, le campagne toscane vivevano uno strano fermento fatto di donne e uomini che si mettevano in cammino e, fra canti e balli, percorrevano le contrade fermandosi ad ogni casolare per trasmettere quel senso di felicità che la nuova stagione istillava in ognuno.

Eccolo maggio, fa fiorì l'ortica
se c'è un bambino in casa che Iddio lo benedica.

Eccolo maggio, fa fiorì le zucche
date marito alla bella, datelo anche alle brutte

Eccolo maggio, fa fiorì le pere
a voi capoccia vi si chiede da bere.


Oggi sono rimaste poche le località dove ancora si canta il "Maggio". Si hanno tracce a Monteverdi, nella cui campagna gruppi di giovani si spostano a offrire musica, canti e fiori di carta. A Monterotondo, dove i "maggerini" si confrontano in gare canore su antiche strofe. A Firenzuola, dove si fanno canti di questua per le anime del purgatorio; se prima le offerte erano a base di uova, oggi sono in forma di denaro, bell'e pronto da consegnare al parroco che provvederà alle funzioni religiose. Anche in Lunigiana sopravvive qualche barlume di tradizione. A Montereggio, nel comune di Mulazzo per esempio, dove i maggerini sono accompagnati dalla fisarmonica e non rifiutano mai un bicchiere di vino o un paio di uova.
Poi ci sono altre località dove la tradizione si interrompe o riprende seguendo la sola regola della casualità. A Filetto, dove i giovani tagliano un albero che poi sistemano nella piazza centrale come l'"Albero di Maggio". Oppure a Zeri, dove alla vigilia di maggio si innalza una sorta di albero della cuccagna che rimane a disposizione di chi vuole scalarlo fino a giugno.
Nella zona di Gavorrano e di Massa Marittima, in piena Maremma, si cantavano strofe beneauguranti o maledicenti a seconda della simpatia della famiglia che si andava a trovare o dell'accoglienza che veniva riservata ai "maggianti". Nel primo caso si intonava:

Sotto a queste belle porte
c'è un bel mandorlo fiorito
se c'è giovin da marito
Dio dia lor una buona sorte.


Nel secondo caso, si digrignava:

V'entrasse la volpe nel pollaio
e vi mangiasse tutte le galline;
i topi v'entrassero nel granaio
e vi ammuffisse il vin nelle cantine.
Un fulmine v'entrasse nella stalla
e vi ammazzasse la mucca e la cavalla.