Una vitamina la cui carenza può comportare seri problemi

Scritto da Alma Valente |    Luglio 2012    |    Pag.

Giornalista Nata a Roma.

Dopo la laurea in Filosofia ha insegnato per due anni. Successivamente ha lavorato presso l'Ufficio Stampa della Presidenza dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati, collaborando in particolare con Giorgio Napolitano.

Trasferitasi a Firenze, ha iniziato a scrivere l'Informatore, con articoli inerenti la di medicina.

Dal '97 ha cominciato a fare televisione: prima come inviata per la trasmissione Informacoop e poi curando una rubrica dedicata alla salute all'interno di Liberetà (trasmissione dello Spi-CGIL).

Quando si parla di vitamina D, viene spontaneo il collegamento con le ossa. Molti di noi, arrivati agli "anta", si ricorderanno del rachitismo, una malattia che colpiva principalmente i bambini residenti in centri urbani, ad alto sviluppo industriale, specie nel nord dell'Italia e dell'Europa. Una patologia dovuta alla ridotta esposizione alla luce solare, complice anche lo smog ed il basso reddito familiare, responsabile, appunto, di deformazioni ossee altamente inabilitanti. Per questo motivo nel secolo scorso furono istituite "colonie estive" che consentivano soggiorni in località marine per bimbi in età scolare e questo sistema organizzativo, associato ad una corretta alimentazione ha permesso, anche se parzialmente, di debellare il problema. L'osteoporosi senile è dovuta agli stessi problemi, aggravati da sedentarietà o invalidità. In questi casi si è ricorso sempre più spesso ad una integrazione farmacologica con vitamina D. Ma veniamo ai dati: è stimato che la carenza di questa sostanza interessi più di 30 milioni di italiani, non limitandosi solo al metabolismo osseo, ma riguardando anche altri organi ed apparati, «In quanto - spiega la dottoressa Ilaria Dicembrini, endocrinologa dell'Università di Firenze - la vitamina D è un vero e proprio ormone, i cui precursori (prebiotici) vengono prodotti mediante l'esposizione della nostra pelle al sole, ma anche introdotti attraverso la dieta, e richiedono l'attivazione da parte del fegato prima e del rene poi».

Ma oltre alle ossa per quali altri organi è importante questa vitamina?
«Nel corso degli anni - continua Dicembrini -, la ricerca scientifica ha scoperto l'esistenza di effetti anche su numerosi altri organi come, ad esempio, quello cardiovascolare, immunitario, intestinale, il rene ed il sistema nervoso centrale». In pratica, tutte le cellule del nostro corpo sono sensibili agli effetti della vitamina D. Tra le sue funzioni più importanti, ricordiamo la capacità di regolare le risposte immunitarie, le nostre difese contro lo sviluppo di tumori, il metabolismo, in particolare di zuccheri e grassi. Si parla molto di carenza di vitamina D come fenomeno in crescita, anche se crediamo di assumerne sufficienti quantitativi con la dieta.

Ma è veramente così?
«Uno studio recente, - afferma la Dicembrini - ha rivelato un drammatico incremento della carenza di questa vitamina nella popolazione americana. Un soggetto su tre risulta, infatti, affetto da una vera e propria carenza di questo elemento nutrizionale». Un deficit che sembra esordire precocemente nella vita, interessando in particolare bambini e adolescenti. Questa situazione, rischiosa per la salute, si è evidenziata nonostante un aumentato consumo giornaliero di latte addizionato di vitamina D da parte della popolazione.

E allora dov'è il problema?
«Una possibile spiegazione, - continua la dottoressa - è data dalla contemporanea epidemia di sovrappeso ed obesità. I soggetti con eccesso di peso, inclusi i bambini, svolgono in genere meno attività all'aria aperta. Inoltre il tessuto adiposo, se in eccesso, è in grado di sequestrare la vitamina D, rendendola non disponibile per gli altri organi».

Quali sono, dunque, i pazienti che sono particolarmente carenti di vitamina D?
«Le persone anziane sono in genere ad alto rischio. Una normale riduzione della nostra produzione di vitamina D si verifica con l'avanzare dell'età; a questa va poi aggiunta la ridotta esposizione solare che interessa in particolar modo gli anziani costretti a casa o in istituti di cura, ma questo avviene anche nei bambini, adolescenti e donne vicino alla menopausa. Sono a rischio le persone con malattie a carico di intestino, rene e fegato che alterano l'assorbimento o l'attivazione dell'ormone». Come detto, sono a maggior rischio gli individui sovrappeso od obesi, in particolare se si associa diabete, ipertensione, elevati livelli di colesterolo. In queste persone la correzione del deficit della vitamina D determina un miglioramento delle complicanze correlate a tali patologie.

I consigli dell'esperto
In chi ha problemi di peso, occorre prestare attenzione alla dieta ed eseguire regolare esercizio fisico, preferibilmente all'aria aperta, che può comportare innumerevoli vantaggi in termini di salute, anche grazie ad un'adeguata disponibilità di vitamina D. Nei soggetti a rischio, l'eventuale deficit di questa vitamina può essere valutato mediante un semplice esame del sangue. Purtroppo, nei cibi che abitualmente introduciamo non sono presenti quantità di vitamina D sufficienti a garantirne un adeguato apporto giornaliero. In caso di carenza, si deve pertanto ricorrere all'uso di integratori. Quelli attualmente disponibili consentono una somministrazione per bocca con assunzione su base settimanale o mensile o mediante iniezione intramuscolo da eseguirsi anche una volta all'anno, sempre sotto suggerimento del medico di famiglia. La dose giornaliera necessaria di vitamina D è pari a 600 unità internazionali, che aumentano a 800 nelle persone con età superiore a 70 anni.


Alimenti
La vitamina D dove
L'olio di fegato di merluzzo è l'alimento più ricco in assoluto del precursore dell'ormone, ma il suo gusto è repellente e questa abitudine è andata in disuso dai tempi dei nostri nonni. Parlando di cibi più gustosi, possiamo mangiare un etto di aringhe alla settimana, oppure un etto di salmone due volte alla settimana. Sgombro, ostriche, sardine, tonno e caviale contengono adeguate dosi di vitamina D, ma dovremmo mangiarne un etto dalle 4 alle 7 volte alla settimana. Anche merluzzo, uovo, burro ed emmenthal sono fonti apprezzabili, ma solo se introdotti a dosi quotidiane molto elevate, che possono essere controindicate per altri motivi dietetici. Ecco perché la dieta non è sufficiente se esiste un deficit di questa sostanza.

(Illustrazione a cura di Lido Contemori)