Con i loro messaggi, in guerra, hanno salvato molte vite. E uno studio scientifico riabilita i colombi di città

Scritto da Silvia Amodio |    Ottobre 2008    |    Pag.

Giornalista e fotografa Milanese, laureata in filosofia con una tesi svolta alle isole Hawaii sulle competenze linguistiche dei delfini. Ha collaborato come giornalista free-lance con settimanali e mensili (Famiglia Cristiana, Airone, D la Repubblica delle Donne, l'Espresso, Mondo Sommerso, New Age), scrivendo sempre di animali e accompagnando gli articoli con le sue foto. Ha lavorato anche all'enciclopedia sul gatto della De Agostini. Negli ultimi tempi la fotografia d'autore è divenuta la sua occupazione principale.

Il piccione sembra essere nato sotto una cattiva stella. È tra i pennuti più maltrattati e peggio considerati del pianeta: porta malattie, distrugge i monumenti, sporca i davanzali e via dicendo, sembra essere apprezzato solo accompagnato dalla polenta…
È uno di quei rari casi in cui in passato, nonostante l’assenza di movimenti animalisti che ne prendessero le difese, godeva di una reputazione migliore. Grazie alla capacità di orientarsi, innata e misteriosa, ha anche ricevuto molte medaglie al valore, più di qualsiasi altro animale impiegato in guerra.

Eroici pennuti
Un interessante saggio di Giorgio Iacuzzo (pubblicato sul sito “Storia in network”) racconta il servizio reso dai piccioni agli umani, risalendo fin dalle prime testimonianze riportate nella Bibbia. Dall’antica Grecia in poi sono stati utilizzati come messaggeri per portare notizie liete, come i nomi degli atleti vincitori durante le Olimpiadi, o per recapitare messaggi militari di assoluta segretezza.
Nel 1700 i primi giornali in Belgio e Olanda facevano affidamento sul servizio dei piccioni per ricevere le notizie dai loro corrispondenti. Notizie importanti come la tragica battaglia di Waterloo e la sconfitta di Napoleone arrivarono a Londra grazie ai piccioni.
Con l’arrivo della fotografia, alla fine dell’800, lo scambio di messaggi divenne ancora più articolato grazie alla possibilità di fotografare i messaggi e ridurli in microfilm che potevano contenere anche un milione di parole.
Julius Neubronner mise a punto la “pigeon camera”, brevettata poi nel 1903, una piccolissima e leggerissima macchina fotografica del peso di 70 grammi che poteva essere fissata sul petto del volatile. Lo scatto era comandato da un temporizzatore meccanico che valutava la giusta distanza per far partire l’otturatore. Alcuni tentativi fallirono, altri erano di estrema precisione tanto che il modello venne ulteriormente raffinato e ampiamente adottato in tutte le armate principali.

Durante la prima guerra mondiale la presenza dei piccioni viaggiatori su carri armati, sommergibili e aeroplani era del tutto normale. Il telegrafo, il telefono e la radio sostituirono tra i civili l’impiego dei volatili che rimasero però in gran voga nella vita militare, quando quei  nuovi mezzi di comunicazione non erano ancora molto diffusi.
Durante la seconda guerra mondiale il governo inglese ne “arruolò” 200.000, l’esercito statunitense 54.000 e una speciale sezione dell’esercito ne paracadutò oltre 16.000 sui Paesi dell’Europa occupata.
L’esercito italiano contava su circa 10.000 colombi, che affiancavano il servizio di telegrafo e radio. Il nostro esercito scriveva i messaggi cifrati su strisce di carta di seta inserite dentro una penna d’oca e per sicurezza il messaggio veniva spedito con tre piccioni differenti ogni mezz’ora. L’intero servizio colombofilo militare italiano venne eliminato dopo l’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre 1943.
Forse adesso riusciremo a guardare i nostri comuni piccioni con un occhio più compassionevole, sapendo che hanno contribuito a salvare molte vite umane.

Cher Ami da museo
Cher Ami prestava servizio nel battaglione della 77ª divisione dell’esercito degli Stati Uniti, durante la prima guerra mondiale. Il 2 ottobre Charles Whittlesely rimase isolato in Argonne (Francia nordorientale) insieme ai suoi 500 soldati completamente circondati dai tedeschi nemici. L’unica salvezza poteva venire da un piccione che recapitasse un messaggio di soccorso.
Il primo volatile venne immediatamente abbattuto; l’unico filo di speranza era Cher Ami, una giovane piccioncina, l’unica rimasta. Il maggiore Whittlesely le fissò un breve messaggio con tutte le coordinate. Ma appena i tedeschi la videro le scaricarono contro una raffica di proiettili. Cher Ami perdette quota ma in qualche modo riuscì a risollevarsi da terra e a portare il prezioso messaggio per 25 miglia in 25 minuti. I soldati superstiti furono messi in salvo. Cher Ami arrivò alla base gravemente ferita, stesa sul dorso completamente ricoperta di sangue e senza un occhio, un proiettile le aveva perforato lo sterno e una zampa era stata tranciata di netto. Riuscirono a salvarla e sopravvisse fino all’anno successivo.
Conosciuta la sua storia il governo francese le assegnò la Croix de Guerre e il maggiore Whittlesely in persona le costruì una zampetta di legno. Gli interi Stati Uniti vennero a conoscenza della storia di Cher Ami che ora riposa in pace, imbalsamata nella sala d’onore dello Smithsonian Institute a Washington DC.

Convivere si può
La biologa Fosca de Vita, che da oltre sette anni studia i colombi di città, ha scoperto che molti luoghi comuni sul loro conto sono del tutto errati. Per esempio, non è vero che i piccioni si nutrono delle microalghe che si formano sul gesso dei monumenti in fase di restauro, danneggiandoli, ma del gesso stesso che è ricco di calcio. Basterebbe dunque sostituirlo con un altro materiale.
Le feci non intaccano i monumenti perché la loro dieta è vegetariana, al contrario di quella di storni, merli, passeri e di altri uccelli che si nutrono anche o in prevalenza di insetti. È questo che rende il guano più corrosivo. Non sono inoltre portatori di malattie contagiose per l’uomo o per gli animali domestici. Non nutrire i piccioni non è una soluzione: colombi adulti forti, adeguatamente nutriti, impediscono la nidificazione degli altri; al contrario, colombi giovani, o adulti malnutriti e deboli, nidificano e lasciano nidificare anche gli altri. Ecco perché, dopo avvelenamenti massicci o prelievi che decimano gli animali, in poco tempo ricompaiono in numero uguale o superiore.
In assenza di cibo non si allontanano per cercarlo altrove. Spostarli non serve perché tenderebbero a tornare. Anche gli anticoncezionali non risolvono il problema perché vengono distribuiti indistintamente a giovani, adulti maschi e femmine, con gravi conseguenze per la loro salute. I respingitori metallici, quegli spuntoni aguzzi usati per impedire la posa, sono spesso causa di morte. Potrebbero essere sostituiti con alcuni meno pericolosi di materiale sintetico, oppure con lamine di plexiglass.
Risolvere il problema non è certo semplice: per prima cosa è necessaria una conoscenza corretta delle abitudini degli animali e una collaborazione con i cittadini. Si può ricorrere alla chiusura dei sottotetti o di altri vani adatti alla nidificazione. Tutto ciò invoglierà i colombi a reperire siti di nidificazione altrove. È la nidificazione il movente per spostarsi, non il cibo.
Contrariamente a quanto si pensa, è proprio una corretta e diffusa alimentazione che potrebbe contribuire a risolvere il problema.

 


Foto di Silvia Amodio

 


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