Nella regione dello Zemmur, tra il Sahara Occidentale e la Mauritania, un'equipe di ricercatori spagnoli ha scoperto una vera "miniera" di pitture rupestri, pur con tutte le difficoltà d'indagine legate alle tormentate vicende che hanno contraddistinto quest'area negli ultimi trent'anni.
A partire dagli anni Settanta l'occupazione del Sahara Occidentale (già colonia spagnola) da parte del Marocco, alla quale si oppose la resistenza dei Saharawi (Fronte Polisario), scatenò una terribile guerra. Gran parte del popolo Saharawi, vittima dell'invasione marocchina, fuggì nella vicina Algeria dove vennero creati degli accampamenti per i rifugiati, tuttora affollatissimi.
Il contesto politico e militare per lungo tempo ha reso impossibile la prosecuzione delle ricerche archeologiche. Nel 1991, con il cessate il fuoco fra il Fronte Polisario e il Marocco, si poterono riavviare le indagini sul territorio.

Sono state effettuate numerose campagne di scavo condotte da ricercatori dell'Università di Girona (Spagna) in collaborazione col Ministero della cultura della Repubblica araba del Saharawi.
Oggetto delle ricerche sono gli straordinari giacimenti di pitture rupestri nelle montagne dello Zemmur, databili fra 3800 e 2000 anni fa. Circa il trenta per cento delle figure rappresentano umani nell'atto di cacciare, oppure in processione o durante una lotta.
Nel caso di raffigurazioni animali, si distinguono specie diverse tra cui gazzelle, antilopi, elefanti, giraffe, rinoceronti, ovini, asini, cani selvatici. L'estrema varietà animale rappresentata e, di contro, la totale assenza del cammello, oggi così diffuso, confermano che all'epoca questa parte del Sahara era ancora verdeggiante e produttiva.

Ma nonostante gli enormi passi avanti compiuti in quest'ultimo decennio, la conoscenza preistorica del Sahara Occidentale è ancora agli inizi. Non possediamo ad esempio nessun tipo di informazione sui popoli che potrebbero aver realizzato tali pitture.
Al momento la cosa più urgente è l'attuazione di un programma di protezione per queste testimonianze, che assicuri il monitoraggio costante di tutta l'area, l'unica via per assicurare la sopravvivenza di un passato ancora quasi tutto da scrivere.

L'articolo completo è pubblicato su Archeologia Viva (Giunti edizioni) di marzo/aprile