Il pinolo di Migliarino, un prodotto biologico, una risorsa importante

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Maggio 2012    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Dei circa ventitremila ettari, quanta è l'estensione totale del Parco di Migliarino-San Rossore-Massaciuccoli, circa quattromila sono ricoperti da boschi di pino italico, o pino domestico o, meglio ancora, Pinus pinea, quel maestoso albero sempreverde, con la chioma a forma di ombrello, che può arrivare anche a 25 metri di altezza e che costituisce in certo senso il simbolo delle coste del Mediterraneo centrale.
Ieri come oggi, del "nostro" pino (nostro nel senso che la Toscana è in Italia la regione più ricca per numero di piante), l'impiego che se ne fa è pressoché totale: se il legname è usato in cento modi diversi, se la resina che fuoriesce dalla corteccia è ricercata dall'industria chimica, è la pigna, o, per usare il termine scientifico, lo strobilo, ad avere l'utilizzazione più massiccia. Perché non solo si usa il pinolo, quel frutto dall'alto valore nutrizionale col quale si possono realizzare cibi e dolci prelibati; si raccoglie persino quella polverina nera, molto aromatica, che ricopre il suo guscio legnoso: in Francia è molto apprezzata per dare raffinatezza alla comune baguette.

La raccolta
Fino a pochi decenni fa la raccolta delle pigne costituiva un lavoro che richiedeva un'alta professionalità e doti atletiche non indifferenti. Si trattava di un lavoro anche pericoloso e non privo di disagi, se si pensa che il periodo della raccolta va da novembre a febbraio. I raccoglitori salivano sul tronco dritto del pino aiutandosi talvolta con delle scale ma più spesso con la sola forza delle braccia. Raggiunti i primi rami, usavano il lungo bastone terminante in un uncino con il quale distaccavano e facevano cadere a terra le pigne.

A partire dagli anni '70 si è registrata la svolta epocale. I "coglitori" e i loro colleghi sono stati messi in pensione, e rimpiazzati in tutto e per tutto dalle macchine. Nella fattispecie si tratta di uno speciale trattore munito di un braccio che stringe il tronco all'altezza di cinque/sei metri e lo scuote con forza fino a ottenere la completa caduta delle pigne. A chi paventava gravi rischi per la salute dei pini, i tecnici hanno assicurato che si tratta di una pratica che, lungi dall'essere dannosa per le radici, produce al contrario benefici effetti perché lo scuotimento, non solo fa cadere le pigne, ma anche i rami secchi e libera la chioma dai nidi della processionaria, un insetto dannoso sia per il pino che per le persone con le quali viene in contatto.


Anche per la raccolta a terra oramai la mano dell'uomo si limita unicamente ad azionare leve e comandi dei mezzi meccanici. Lo stesso può dirsi dello sgusciamento del pinolo: se fino a mezzo secolo fa era un'operazione esclusivamente manuale, adesso ci si affida a complicati marchingegni che prima selezionano i pinoli secondo la loro grandezza e poi li schiacciano attraverso le "cilindraie". L'unico intervento tuttora affidato all'uomo è quello della verifica e della esclusione dei pinoli non integri prima dell'insacchettamento e della spedizione.
Per avere 35 chili di pinoli sgusciati occorrono 10 quintali di pigne. Per questo i pinoli sono, tra la frutta secca, i più cari sul mercato. E quelli pisani, proprio per la bassa resa, primeggiano in quanto a costi.

Il "nemico" cimicione
In Italia le zone di maggior produzione di pinoli sono la Toscana e il Lazio. Ma per quanto se ne producano, non bastano al fabbisogno nazionale. Nell'area del Mediterraneo i maggiori produttori sono Spagna, Portogallo e Turchia. C'è anche una notevole produzione cinese che esporta soprattutto in Nord America e Nord Europa, con un prodotto di qualità inferiore.
Un protagonista in negativo delle pinete del Parco di Migliarino-San Rossore-Massaciuccoli è il Leptoglossus occidentalis, volgarmente detto "cimicione", un insetto che penetra nella pigna quando è giovane e tenera e ne impedisce la crescita. Si è calcolato che questo nemico abbia ridotto la produzione di pinoli di circa il 50%, e questo ha messo in crisi le aziende che si occupavano della produzione e diffusione del pinolo pisano.


Attualmente, le ricerche per sconfiggere il cimicione sono giunte a un buon livello, e la produzione è ripresa. Il pinolo pisano perciò è potuto ritornare sul mercato con una buona produzione, e soprattutto con la sua qualità, la sua bontà e le sue caratteristiche "bio". Una proprietà che ne giustifica il prezzo più alto e che rappresenta una risorsa economica del nostro territorio da sviluppare e valorizzare.

Curiosità
A San Piero a Grado - a fianco della millenaria basilica senza una facciata ma con due absidi - nei due primi fine-settimana di luglio, si tiene la Sagra del pinolo.

Per saperne di più:
Luca Gorreri, 050539355