Fotografata dall'Irpet l'industria alimentare toscana. Cresce più degli altri settori. Intervista all'assessore regionale Tito Barbini

Scritto da Laura D'Ettole |    Febbraio 2004    |    Pag.

Giornalista. Specializzata in argomenti di carattere socioeconomico, dal 1997 al 2015 ha collaborato anche con l'ufficio stampa di Unicoop Firenze. Ha lavorato per il settimanale economico ToscanAffari, Il Sole 24Ore Centro Nord e il Corriere Fiorentino.
La sua carriera come giornalista è iniziata nell'89 sulle pagine del Sole 24 Ore, ed ha al suo attivo numerose collaborazioni con quotidiani ed emittenti televisive, per le quali ha realizzato trasmissioni di carattere divulgativo legate ai Centri per l'impiego, su temi come la formazione e l'orientamento professionale.
Laureata in filosofia, ha un lungo percorso come ricercatrice nel campo della sociologia applicata, che l'ha portata nel '92 a collaborare per quattro anni al progetto Unicef "Il bambino urbano".

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E' una galassia
di piccole aziende legate all'agricoltura e concentrate fra Siena e Firenze, ma in questo tessuto disperso sono nate industrie di livello nazionale nei settori più svariati: dalla trasformazione dei cereali a quella del pomodoro, all'olio, al settore vinicolo, passando per il lattiero caseario.E' questa la fotografia scattata dall'Irpet al settore agroindustriale toscano, diviso in due anime: un'industria di livello nazionale che utilizza il marchio e l'immagine della "toscanità" su un mercato di produzione di massa, e una piccola impresa più di qualità, che punta a mercati di nicchia, spesso al biologico. «La scarsa presenza di grandi imprese si spiega in parte con la debolezza dell'agricoltura regionale, che non supporta in misura sufficiente l'industria di trasformazione, ma è dovuta anche alle peculiarità del territorio toscano, prevalentemente collinare e dunque ideale per produzioni di pregio», sottolinea Roberto Pagni, ricercatore dell'Irpet. Questo sistema, aggiunge, è esposto ad acquisizioni di grandi imprese, anche multinazionali, interessate più ad entrare in possesso di marchi affermati che alle attività produttive.
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Eppure questo complesso
di aziende apparentemente fragili, molto diversificate - che rappresentano appena il 4.6% dell'industria alimentare italiana -, riveste un'importanza strategica per la nostra regione. E se dovesse entrare in crisi si avrebbero ripercussioni su tutte le produzioni a monte, oltre che importanti riflessi ambientali. Ma in questi ultimi anni fortunatamente l'industria agroalimentare toscana è cresciuta in misura superiore rispetto al resto dell'economia regionale (+2.2% nel 2002) e soprattutto in controtendenza rispetto al negativo andamento del settore agricolo in Italia. Le nostre imprese infatti hanno visto aumentare l'export, in un anno "horribilis" per il commercio internazionale come il 2002, addirittura del 6.8%, con una forte incidenza di vino e olio. Le ragioni di questa crescita, a dispetto di ogni crisi, stanno soprattutto nell'elevato contenuto di qualità e tipicità del prodotto toscano, che corrisponde ad un'evoluzione del gusto e ad un bisogno di sicurezza crescente da parte del consumatore. Ma è opportuno fare molta chiarezza a questo proposito. Secondo una recente indagine Unaprol-Mipaf, tra gli oli a denominazione geografica protetta l'Igp toscano è quello più presente negli scaffali della moderna distribuzione, con oltre il 20% delle referenze Dop-Igp, grazie soprattutto al ruolo di alcuni frantoi cooperativi che hanno consolidato il loro spazio fra i prodotti a marchio. «La Toscana - fa sapere Pagni - è uno dei massimi esportatori di olio, ma anche uno dei massimi importatori». Anzi, importiamo più di quanto si esporta. Si acquista, si imbottiglia e si vende. «Questo inflaziona l'immagine dell'olio toscano: crea confusione fra ciò che è prodotto in regione - e che ha il marchio Dop o Igp - e ciò che vi è imbottigliato». La soluzione? «Puntare sempre più alla valorizzazione delle peculiarità dei prodotti toscani immessi sul mercato, rafforzando anche il legame che li unisce al territorio in cui nascono», risponde il ricercatore. Qualità no globalLa Regione Toscana risponde alla globalizzazione con la qualità. «Di fronte ad un'internazionalizzazione dei mercati che tendono a standardizzare le produzioni, da anni abbiamo messo in atto politiche di sostegno alla qualità», sottolinea l'assessore regionale all'agricoltura Tito Barbini. Tutto questo, spiega, per andare incontro alle nuove esigenze espresse dai consumatori sulla trasparenza dei processi produttivi, oltre che alla loro richiesta di prodotti tipici e genuini. Le produzioni agricole di qualità certificata rappresentano un'occasione anche per l'agroindustria di trasformazione nazionale, all'interno di un mercato della distribuzione sempre più dominato dai prodotti importati da altri paesi. «Il 50% della carne bovina che si vende nella grande distribuzione proviene da Francia e Germania, così come il 45% del latte», ricorda Barbini. E puntare sulla qualità delle produzioni agricole «vuol dire collegare strettamente la filiera della produzione con quella della distribuzione, rafforzando l'obbligo delle indicazioni di provenienza».
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Più industria che agricoltura
«La forza del nostro settore in Toscana? Sta proprio in un mix fatto di tradizioni, capacità d'innovazione e legame con il territorio». Maurizio Bigazzi, amministratore delegato del salumificio Bechelli, con sede a Reggello, descrive così il mondo dell'industria agroalimentare regionale: buone capacità imprenditoriali, alta professionalità delle maestranze e un valore aggiunto che deriva dalla collocazione in un ambiente conosciuto in tutto il mondo. Ma subito aggiunge: «Però è importante parlare anche delle nostre debolezze». In particolare, secondo Bigazzi, che gestisce un gruppo fra i primi dieci del settore a livello nazionale (300 occupati, 70 milioni di euro di fatturato), pesa il fatto che agricoltura e industria nella nostra regione presentano capacità produttive quantitativamente molto distanti. Le produzioni agricole, soprattutto di origine animale, devono quindi necessariamente essere integrate da approvvigionamenti 'fuori regione'. «Questo elemento troverà maggior visibilità presso i consumatori quando gli obblighi in materia di rintracciabilità saranno pienamente operativi», conclude Bigazzi.
LA FUNZIONE DI UNICOOP FIRENZE
Acquisti in Toscana

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Un volano per il tessuto economico toscano, pari a 383 milioni di euro nel 2002. A tanto ammontano gli acquisti di Unicoop Firenze verso i produttori locali, grazie ad un rapporto con l'economia regionale che si è andato sempre più consolidando negli ultimi anni. Accanto ai prodotti tipici, più o meno noti e rinomati, ci sono le produzioni locali pregiate. Quelle delle vallate e dei paesi della nostra regione, dove esistono artigiani, agricoltori, allevatori conosciuti entro il raggio di "un tiro di schioppo" e poco più in là, che fanno prodotti unici, in un rapporto stretto ed esclusivo con il territorio.
Queste produzioni, grazie alle numerose iniziative promozionali di Coop, sono uscite dalle botteghe e dai laboratori per arrivare al grande pubblico, entrando in una logica di possibile evoluzione e sviluppo.
Oggi i produttori locali toscani di Unicoop sono 630, pari al 27% dei fornitori totali. Quelli con sede e produzione in Toscana coprono il 18% degli acquisti Unicoop. Un'altra quota, pari al 15% del totale, è rappresentata da fornitori residenti in regione con prodotti non toscani o da società toscane che commercializzano prodotti di provenienza mista.
LA DIVERSITA' DEI TOSCANIIl granducato dei consumiSiamo più mangioni e "carnivori" della media nazionale, ma consumiamo meno salumi, latticini e formaggi. E' questa l'immagine dei toscani a tavola, secondo i dati rielaborati da Coop su varie fonti. Nel 2002 i toscani hanno speso 2.087 euro procapite per i prodotti alimentari: il 3% in più che nel resto d'Italia. Amiamo i prodotti freschi, molto più dei nostri connazionali, visto che la spesa in questo settore è stata di 1.150 euro a testa, il 5.2% in più della media del paese. I toscani consumano più carne (+13% rispetto all'Italia), più olio d'oliva, meno salumi (-10%) e anche meno latticini e formaggi (addirittura -20% rispetto al resto d'Italia). E nella grande distribuzione spendiamo esattamente 4.569 euro all'anno procapite, contro i 4.251 degli altri italiani. Questa quota si divide più o meno a metà fra alimentari e 'general merchandise', vale a dire elettrodomestici, hi-fi, tessile e così via. Il settore agroindustriale toscano nel 2002 contava 5.541 imprese su 347.614 aziende non agricole.