Fra le montagne pistoiesi le piante dalle proprietà curative

Scritto da Giancarlo Fioretti |    Aprile 2003    |    Pag.

Giornalista

Per bacche
Fra le tante ricchezze
prodotte dai boschi della montagna pistoiese, il sambuco è forse il tesoro meno conosciuto. Un tesoro spontaneo, non certo redditizio come i funghi o i frutti di bosco, ma altrettanto ricco di storia nonché di sbocchi commerciali.
Passata l'epoca in cui dominava la fede cieca verso la medicina ufficiale, negli anni Ottanta iniziò a recuperare spazio la fiducia nei confronti dei metodi di cura alternativi, come ad esempio il ricorso alle erbe e alle piante officinali.

Di questo autentico boom dell'erboristeria ne beneficiò anche la montagna pistoiese, gelosa custode nei suoi boschi di moltissimi tipi d'erbe utili per affrontare qualsivoglia malanno. Ed il sambuco, che cresce nei cespugli che possono raggiungere l'altezza di svariati metri, fu immediatamente riscoperto dai nuovi guru dell'erboristeria. Diciamo riscoperto perché quest'arbusto, dai fiori bianco-giallognoli che sbocciano in primavera, e che in estate producono bacche dal colore nero-violetto, era già noto sin dall'età della pietra ai maghi e ai guaritori di un tempo. In epoca greco-romana, infusi fatti con i fiori e con le bacche di sambuco venivano somministrati per curare patologie come la gotta, la sciatica oppure i reumatismi. Nel Medioevo, nei boschi che circondavano le abbazie benedettine o i monasteri francescani, non mancavano certo gli arbusti di sambuco dalle cui bacche i frati distillavano degli sciroppi con cui venivano curate tutte le infiammazioni e le infezioni dell'apparato digerente.

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Il periodo di fioritura
della pianta coincide più o meno con i mesi d'aprile e di maggio, almeno alle nostre latitudini. Nei boschi dell'Europa centrale e settentrionale, grandi esportatori di questo prodotto, la maggior rigidità del clima non permette alla pianta di fiorire prima del mese di giugno. Per ottenere, in estate inoltrata, bacche di dimensioni più grandi, i raccoglitori più esperti procedono in primavera ad una sfoltitura dei ciuffi dei fiori. Con questi gli erboristi ottengono delle tisane, i cui effetti depurativi delle vie urinarie sono noti sin dall'antichità. Nei mesi di luglio e agosto si procede alla raccolta delle bacche, che non possono essere conservate a lungo, pena la perdita irreparabile del loro potenziale curativo. Per questo è necessario un buon coordinamento fra la fase di raccolta e quella di trasformazione del prodotto, che oggi comunque la moderna industria erboristica è fortunatamente in grado di offrire.

La raccolta delle bacche di sambuco viene praticata con un discreto successo in tutti i boschi dell'Appennino tosco-emiliano, anche se il numero d'addetti che vi si dedica non raggiunge l'immenso numero di ricercatori di fragole e di lamponi.
Innanzitutto vi è la difficoltà di raggiungere le bacche più alte che, per una loro maggiore esposizione al sole, sono di norma le più ricche di succo. Questo richiede una certa agilità ed anche esperienza.
Come accade per la raccolta di frutti di bosco, gli operatori agiscono di norma per conto di aziende che trasformano direttamente il prodotto. A differenza di quanto accade per le altre prelibatezze del bosco, la cui trasformazione e commercializzazione avviene generalmente grazie ad attività imprenditoriali situate in provincia di Pistoia, per il sambuco sono attive già da alcuni decenni industrie dell'Italia settentrionale e dell'Europa centrale.
Alcune aziende svizzere hanno in pratica il monopolio delle erbe e delle altre essenze curative originarie della montagna pistoiese la cui fama, grazie anche al sambuco, travalica le Alpi.

In tempi più recenti, la moderna erboristeria ha fatto ricorso alle proprietà curative del sambuco, il cui succo può essere usato come coadiuvante nelle diete ipocaloriche.