La tradizione ciclistica in toscana. Vecchie glorie e nuovi orizzonti

Scritto da Pier Francesco Listri |    Maggio 2011    |    Pag.

Giornalista e scrittore Caporedattore per oltre un ventennio del quotidiano "La Nazione", è stato collaboratore del "Ponte" e de "L'Espresso". Profondo conoscitore della storia fiorentina e toscana, alla quale ha dedicato numerosi volumi. Ha curato a lungo i problemi della scuola, redigendo manuali e fondando le riviste "Tuttoscuola" e "Palomar". Ha diretto a Firenze l'emittente televisiva Rete A, al suo attivo ha anche una collaborazione trentennale con la RAI.

Ormai dimenticato, ma esemplare fu un libro del romagnolo Alfredo Oriani che si intitola Bicicletta, (1902): cantava meriti e vantaggi di quel modesto strumento che già allora trionfava nelle pianure emiliane. Perché la pianura è da sempre il regno della bicicletta. Per singolare contraddizione la Toscana, segnata da colline e montagne, è uno dei regni privilegiati di questo mezzo di trasporto: si può dire che per l'Italia le ha dato origine, ne ha diffuso la pratica, ha offerto grandi campioni.

Glorie toscane
Nel tempo la Toscana ciclistica ha primeggiato; soprattutto nel passato ha riempito le cronache di grandi professionisti.
Risfogliamo proprio questo palmares: Luigi Pontecchi conquista nel 1894 il primo titolo italiano del mezzofondo dilettanti.
Nel 1929 Pietro Linari vince il campionato italiano su strada professionisti.
In quegli anni furoreggiavano i toscani Brilli Peri, Marzocchini, Fiaschi, Dani.
Poi fu la lunga stagione dell'astro Bartali; gli facevano corona - anni '30-'40 - il velocista pratese Aldo Bini, il livornese Olimpio Bizzi, il grande scalatore Cecchi. Vinse i giri d'Italia del ‘48-'51-'55 il pelato Fiorenzo Magni. Fu due volte maglia iridata nei mondiali su pista il fiorentino Enzo Sacchi. Da Sesto Fiorentino uscì Alfredo Martini, a lungo commissario tecnico della nostra nazionale e tutt'ora spirito vivissimo. Tentò infine di rinnovare le glorie di Bartali, il mugellano Gastone Nencini, che fu insieme scalatore, passista e discesista. Fermiamoci qui; il resto è cronaca.

La prima in Francia
Ma eccoci mani e piedi nel mondo della bicicletta non più come strumento di gare e di disciplina sportiva, ma come mezzo di trasporto e di pratica collettiva e, un tempo, di esibizione snobistica, tanto da fornire - come le foto Alinari del tempo ci documentano - i primi esempi di femminismo con le giovani signore che correvano in bicicletta alle Cascine ai primi del Novecento.
Ma quali origini aveva avuto questo strumento meccanico che da curioso aggeggio settecentesco è diventato oggi il più diffuso mezzo di locomozione, per esempio in Cina e, da noi durante le crisi energetiche e per ragioni ambientali?



Gastone Nencini

L'origine, si diceva, risale ai tempi della rivoluzione francese quando tale Mède de Sivrac ebbe idea di applicare due ruote di legno (diametro 70 cm.) all'estremità di una trave al cui centro era piazzato un cuscino-sedile. Si spingeva facendo forza coi piedi ed era unidirezionale, perché la ruota anteriore non poteva sterzare: fu chiamato da alcuni ‘celerifero', da altri ‘velocifero'. Trent'anni dopo Karl Drais Von Sauerbronn inventò la ‘draisina'.
Ma una svolta fondamentale avvenne nel 1855, quando i fabbri Pierre e Ernest Micheaux applicarono due pedali al mozzo della ruota anteriore, nonché un freno a paletta. Per aumentare la velocità fu ingrandita la ruota anteriore fino a tre metri di diametro: era nato il ‘biciclo' da cui deriverà presto la prima bicicletta, che conosciamo, presentata all'Esposizione Universale di Parigi del 1878.

Nobili in bicicletta

Torniamo in Toscana e a Firenze. Negli anni 70 dell'Ottocento apparvero in città i primi velocipedi di legno che si potevano noleggiare da Giovanni Santacroce che aveva negozio in via Montebello. Toccò al prosindaco Ubaldino Peruzzi emanare urgenti provvedimenti per ‘la salvaguardia dei pedoni': si poteva circolare solo fuori delle mura, e alle Cascine fino alle due pomeridiane. Intanto già dal 1870 era nato - in piazza degli Zuavi n. 3 - il ‘Veloce Club Fiorentino', cui aderirono molti nobili fra cui Pietro Bastogi e il principe Tommaso Corsini; quindici anni dopo cambiò nome diventando ‘Club Fiorentino Velocipedisti'.La bicicletta, divenuta quasi un mito, dopo avere stregato autori come Pascoli e Gozzano, Dino Campana e Giorgio Caproni, Zavattini e Montale, Soldati, Arpino e Bevilacqua (chi ricorda le leggendarie cronache dei giri d'Italia, firmate sui quotidiani, a fine anni '40 da Alfonso Gatto e Vasco Pratolini?), vive oggi un revival collettivo per svariate ragioni, anche in Toscana e a Firenze, grazie magari anche alle piste ciclabili.

(Gino Bartali)

La bicicletta non consuma energia, tranne quella umana: è dunque il mezzo di trasporto più pulito; la bicicletta provoca movimento utile alla salute (è provato che il ciclista respira meno inquinanti rispetto a chi va in automobile), permette di andare dove altri mezzi non vanno, è quella che costa meno per chilometro.

Curiosità
Nel convegno di Firenze, ‘Stati Generali della Bicicletta' è emerso che in Toscana la mobilità non motorizzata supera il 20% di quota di traffico. E che i bambini fino a 10-12 anni, prima del motorino adorano la bicicletta.